Conflitti e Sanità: quando la politica nega il diritto alla salute – Sudan

Il Sudan è uno stato dell’Africa Nord-Orientale situato, sul piano geopolitico, in un punto strategico dello scacchiere internazionale: confina con ben sette paesi del continente africano e si affaccia direttamente sul Mar Rosso, rendendolo un ponte per quello che viene definito “Corno d’Africa”, una volta monopolio dell’Europa (fra cui l’Italia in Somalia) e della Cina.

Fino al 2019 e per gli ultimi trent’anni il Sudan è stato governato dal generale Omar Al-Bashir che ha trainato il paese verso uno dei periodi più sanguinosi ed intransigenti della sua storia.
Tutti i partiti vennero messi al bando e sciolse il Parlamento arrogandosi tutti i pieni poteri civili e militari. Istituì la “polizia di ordine pubblico” (una sorta di polizia etnica) e sotto il suo lungo regime dittatoriale si annoverano conflitti come quello del Darfur (avente come obiettivo l’eliminazione di tutte le tribù native e non arabe della regione) e la lunga guerra civile che ha portato alla secessione del Sud Sudan nel 2011, dopo un’intensa lotta intestina tra musulmani del nord e cristiani del sud.
Soprattutto per questi ultimi motivi fu dichiarato criminale di guerra dalla Corte Penale Internazione e responsabile di genocidio e crimini contro l’umanità.
Dopo la destituzione del suo governo autocratico, si tentò una breve transizione democratica con l’obiettivo di inglobare all’interno dell’esercito regolare del nuovo governo (Forze Armate Sudanesi guidate da al-Burhan) le forze paramilitari (Forze di Supporto Rapido) guidate dal suo vice Dagalo. Piuttosto che rappresentare l’alba di una nuova rinascita per il Sudan, il fallimento di questa fusione militare ha innescato un’ulteriore lotta di potere iniziata il 15 aprile 2023 e rendendo, difatti, questo paese il teatro di una feroce guerra che oggi non trova ancora nessun margine di risoluzione
immediata.

Oltre la guerra civile

Ciò che sta accadendo in Sudan esula i confini della semplice guerra civile tanto da poter identificare diversi livelli in cui si articola il conflitto:

  • Il primo è, naturalmente, la lotta ideologica e di potere fra i due generali che puntano al controllo dello stato.
  • Il secondo è la decennale guerra locale, soprattutto nel Darfur (confinante con il Ciad), dove villaggi e milizie si contendono con azioni violente il territorio, l’acqua e le vie di comunicazione.
  • Il terzo livello è quello delle potenze regionali, dall’Egitto, alla Libia fino all’Etiopia che sono attirate dalle risorse naturali (soprattutto oro e petrolio) e quindi parteggiano per una o l’altra delle due fazioni in lotta.
  • Infine, il quarto livello, è più geopolitico e vede i Paesi del Golfo, dagli Emirati all’Arabia Saudita dalla Turchia alla Russia, coinvolti in un molteplice gioco delle parti: si parla infatti di un “conflitto per procura” dove si giocano gli interessi economici anche di attori non fisicamente coinvolti nel conflitto.


Tutti questi piani sono strettamente correlati in una escalation che rende i civili le principali vittime: l’aggravamento della situazione in Iran ha infatti interrotto le catene di approvvigionamento delle organizzazioni umanitarie, costringendole a utilizzare percorsi più costosi e che richiedono più tempo. Dall’inizio degli attacchi israelo-americani all’Iran, infatti, vie di transito fondamentali come lo Stretto di Hormuz sono state chiuse e anche le rotte provenienti da snodi strategici come Dubai, Doha e Abu Dhabi hanno subito ripercussioni, facendo aumentare il costo di cibo, carburante e fertilizzanti. “Questo avrà un effetto a catena sul prezzo di tutti i beni di prima necessità e dei prodotti alimentari, spingendo un numero ancora maggiore di persone verso la fame”, ha dichiarato Ross Smith responsabile della risposta alle emergenze umanitarie del Programma Alimentare Mondiale (Pam).

Attacchi e loro estensione

Il 15 aprile 2023, pesanti spari ed esplosioni sono scoppiati a Khartoum, capitale del Sudan. Gli spari sono stati uditi vicino a luoghi chiave, tra cui il quartier generale dell’esercito, il Ministero della Difesa, il palazzo presidenziale e l’aeroporto internazionale.
Entro la fine di agosto 2023, le offensive hanno raggiunto la loro massima intensità, con 675 attacchi combinati registrati. Le Nazioni Unite hanno riferito che un milione di persone era fuggito dal Paese e che lo spostamento interno aveva superato i 3,4 milioni.

La violenza si è nuovamente intensificata nel gennaio 2024. A quel punto, le Nazioni Unite hanno riferito che otto milioni di persone erano state sfollate dalla guerra mentre la carestia incombeva in tutto il paese.
Ad oggi la capitale continua ad essere l’epicentro degli attacchi, detenendo circa il 49% delle azioni totali registrate. Tuttavia la guerra, nel corso del 2025 si è rapidamente spostata anche in altre zone del Sudan: Gezira, situato più a sud, un tempo considerata una regione agricola stabile, oggi detiene il 13% degli incidenti totali.

Recentemente, infine, si è delineato un ulteriore focolaio di conflitto: il Nord Darfur, dove si sono registrati circa il 12% degli attacchi.
Qui, il 26 ottobre 2025 dopo un lungo assedio durato 18 mesi, è stato rivendicato dalle FSR il centro di El Fasher. La città è caduta per fame e alla sua resa migliaia di civili sono stati uccisi attraverso esecuzioni sommarie ed incursioni casa per casa.
Oltre 260.000 persone – tra cui si stima 130.000 bambini – restano intrappolate nella città, costrette a sopravvivere in condizioni simili alla carestia, con il collasso totale dei servizi sanitari e nessuna via di fuga sicura.
Secondo le Nazioni Unite, circa 26.000 persone sono riuscite a fuggire da El Fasher.
Le comunicazioni restano interrotte, ma testimonianze attendibili riferiscono di uccisioni sommarie di civili che tentavano di scappare, nonché di attacchi alle vie di fuga.

Emergenza sfollamenti

L’ONU afferma che il Sudan sta affrontando la peggiore crisi di sfollamento del mondo, mentre la guerra continua senza fine.
Più di 14 milioni di persone, a fronte di una popolazione di quaranta, sono state costrette a fuggire dalle loro abitazioni a causa del conflitto. Di questi, circa undici sono stati sfollati all’interno del Paese e i restanti hanno attraversato i confini internazionali.

Principali regioni di origine per gli sfollati:

  • Khartoum: 3.500.400 sfollati (31% del totale)
  • Darfur meridionale: 2.082.537 sfollati (18%)
  • Darfur settentrionale: 1.844.175 sfollati (16%)

Destinazioni principali per gli sfollati interni:

  • Darfur meridionale: 1.837.706 sfollati (16% del totale)
  • Nord Darfur: 1.786.909 sfollati (16%)
  • Fiume Nilo: 935.723 sfollati (8%)

Crisi alimentare

https://www.nrc.no/resources/reports/what-it-takes-to-eat

Dall’inizio del conflitto si stima un numero di vittime pari a circa 200.000 con oltre 15.000 attacchi registrati.
Oltre due terzi della popolazione (principalmente bambini) ha bisogno di assistenza umanitaria. La maggiore criticità è correlata alla malnutrizione, infatti, rispetto a Febbraio 2023, è aumentato di tre volte il numero di persone ridotte ad una grave insicurezza alimentare, ma mancano azioni internazionali per affrontare la crisi.
E’ la sintesi di quella che l’ONU definisce “guerra di atrocità” contro i civili, includendo la fame come strumento di guerra.
Secondo il report What It Takes to Eat: Conflict and Sudan’s Fragile Food System pubblicato da Norwegian Refugee Council assieme ad altre importanti organizzazioni internazionali, ogni anello del sistema alimentare sudanese è stato
completamente distrutto, dal seme piantato nei campi alla pentola sul fuoco. Grazie anche alla testimonianza di alcuni rifugiati nei paesi vicini (Etiopia, Ciad, Sud Sudan e Libia), vengono prese in considerazione tre importanti direttrici su cui si dovrebbe basare un basilare servizio di distribuzione alimentare: i campi, le strade e la tavola.

I campi

I contadini sono stati costretti ad abbandonare le terre, uccisi, sfollati. Più della metà degli agricoltori intervistati nel Darfur e nel Sud Kordofan nel 2025 ha dichiarato di non aver potuto eseguire un raccolto in sicurezza.
Le scorte di semi sono state gravemente distrutte o saccheggiate, i prezzi dei fertilizzanti e dei pesticidi sono più che raddoppiati diventando proibitivi in questi contesti di guerra. Le possibilità di credito sono crollate, costringendo i contadini a ricorrere a prestiti informali che li lasciano indebitati anche quando il raccolto fallisce o viene razziato. Molti ricorrono, purtroppo, anche alla vendita dei propri beni personali o al consumo di cibo conservato per la successiva stagione di piantagione, mentre nel Sud Kordofan si dice che i bambini mangino foglie per saziare la loro fame. Nel febbraio 2025, il costo del cestino alimentare locale è aumentato ulteriormente del 134% rispetto all’anno precedente.
Attraverso alcune testimonianze di civili riusciti a sfuggire alla furia del conflitto, è stato raccontato che per sopravvivere hanno dovuto cibarsi di umbaz cioè del mangime per animali, nascondendosi nelle trincee e negli edifici abbandonati al riparo dalle esecuzioni.

Inoltre la stagione delle piogge aggrava la condizione agricola, che registra dei lievi miglioramenti quando i raccolti iniziano nuovamente ad ottobre e la malnutrizione tende a seguire lo stesso andamento. Tutto ciò determina gravi difficoltà nel gestire le risorse locali, soggette ad una fragile precarietà e rendendo sempre più necessari gli aiuti internazionali.


Le strade

Il commercio è strettamente sottoposto a blocchi di controllo e tasse informali.
Vengono imposti prelievi su ogni mezzo che attraversa i checkpoint costringendo i commercianti a pagare più commissioni in contanti, carburante o cibo. Questo ha aumentato drasticamente i costi e i rischi di trasporto nel nord del Darfur e nel sud Kordofan.
Prima del conflitto, la maggior parte delle merci in Darfur e Kordofan erano provenienti dal Sudan orientale e centrale attraverso Khartoum o Al Gezira.
Attualmente, tutte le forniture vengono trasportate dal Ciad, dal Sud Sudan o dalla Libia, cioè da paesi esteri, e queste rotte sono costose e precarie.


La tavola

Con i mercati locali sempre più ridotti al minimo (sia in termini qualitativi che quantitativi), le famiglie non possono più permettersi molti alimenti tra cui carne, verdure, olio, zucchero e spezie impedendo così di seguire una dieta bilanciata.

People are eating things that are not food anymore. This is how bad it is.

Si tratta di una dichiarazione molto impattante fatta dalla leader di una comunità di rifugiati in Sud Kordofan.
La situazione peggiora se la famiglia è guidata da sole donne: esistono infatti maggiori probabilità di sperimentare insicurezza alimentare rispetto alle famiglie guidate da uomini.
I rapporti indicano, inoltre, che le attività di routine per le donne come andare nei campi, visitare i mercati, raccogliere acqua o stare in fila per il cibo, ora comportino un alto rischio di stupro e molestie.
Queste minacce di genere sono inscindibili dalla crisi della fame: la scarsità di cibo aumenta l’esposizione alla violenza e ne amplifica le conseguenze, tra cui l’aumento della domanda di assistenza sanitaria, spesso costretta a svolgersi in condizioni di non sicurezza.
Si tratta di quello che le Nazioni Unite chiamano “hallmarks of genocide”: l’insieme degli elementi di una catena, solo apparentemente sconnessi tra loro, perpetrati per cancellare le popolazioni autoctone.

Assistenza sanitaria al collasso

Oms. Tre anni di conflitto in Sudan hanno creato la più grande crisi umanitaria e di sfollamento al mondo, devastanti le conseguenze per la salute

Nei 18 stati del Sudan, il 37% delle strutture sanitarie non è funzionante. Strutture sanitarie, ambulanze, pazienti e operatori sanitari sono stati ripetutamente attaccati, riducendo ulteriormente l’accesso all’assistenza sanitaria soprattutto nelle aree colpite dal conflitto, dove gli ospedali funzionano solo parzialmente o sono stati chiusi a causa della distruzione di strutture e attrezzature. I civili sudanesi devono ora viaggiare per ore o addirittura giorni per un trattamento medico, il che significa che molti fanno a meno di cure essenziali.


Anche gli operatori umanitari sono a rischio: L’OMS ha verificato 559 attacchi dal 15 aprile 2023, con 2052 morti e 810 feriti. Lungi dall’essere accidentali, le prove indicano un targeting deliberato, tra cui bombardamenti aerei e attacchi violenti contro i soccorritori locali.
In questi anni sono state registrate numerose vittime. Solo il 20 marzo scorso, l’attacco all’ospedale universitario di El Daein, centro di riferimento per centinaia di migliaia di abitanti, ha ulteriormente aggravato la crisi, causando almeno 64 morti.

L’ONU non riesce a documentare gli attacchi contro i soccorritori in prima linea o le sfide di accesso che questi devono affrontare, pertanto non viene fornita loro la possibilità di una pianificazione sicura per le operazioni.
Tra le organizzazioni internazionali ancora in grado di riuscire ad offrire un supporto concreto sul piano sanitario ai civili sudanesi, Emergency è sicuramente apripista.
Lavora infatti sul territorio sin dal 2004 senza mai interrompere la sua presenza. In questi anni ha garantito circa 550 operazioni cardiochirurgiche e quasi 35.000 vaccinazioni, fornendo uno strumento di prevenzione fondamentale.

La già limitata capacità di inviare aiuti sanitari è minata quotidianamente da attacchi verso i convogli umanitari. Ciò non fa altro che svantaggiare ulteriormente i civili, deprivati dei propri diritti umani. Sono proprio gli abitanti del Sudan, infatti, a pagare caro il prezzo del conflitto rispetto a coloro che lo incentivano, che addirittura ne traggono vantaggio.

Attenzione Internazionale

Dopo tre anni lo scenario diplomatico appare più che frammentato: gli sforzi di mediazione non sono riusciti a fornire un cessate il fuoco duraturo, proteggere i civili o garantire un accesso umanitario sostenuto.
La frammentazione degli sforzi diplomatici internazionali e regionali, unita alla riluttanza delle parti in conflitto (il Quintetto guidato dall’Unione Africana da una parte e il Quartetto guidato dagli Stati Uniti dall’altra) a impegnarsi in negoziati diretti, ha gravemente ostacolato i tentativi di pacificazione in Sudan.

Il vuoto lasciato dai due principali organismi ha costretto la comunità internazionale a cercare nuovi approcci. La Rappresentanza dell’Unione Europea e l’Unione Africana hanno promosso successivi vertici per coinvolgere direttamente i rappresentanti civili sudanesi, cercando di aggirare l’iniziale boicottaggio delle fazioni armate SAF (Sudan Armed Forces) e RSF (Rapid Support Forces).

Conclusione

Con l’ingresso nel quarto anno di conflitto, il Sudan, si avvicina al collasso totale su tutti i fronti, ma rimane in gran parte assente dall’agenda globale.
I modelli di finanziamento umanitario, come documentato nel corso degli anni, tendono a seguire gli interessi geopolitici, i legami bilaterali e le priorità strategiche del momento.
Nonostante sia il più grande appello umanitario al mondo, il piano di risposta per il Sudan è stato finanziato solo per il 39,5% nel 2025, in forte calo rispetto al 70,7% raggiunto nel 2024. Questo sottofinanziamento cronico è rafforzato da una netta disconnessione tra l’entità della crisi e il livello di attenzione istituzionale e mediatica che riceve.
Il Sudan esiste in uno spazio d’informazione limitato e frammentato.
Con il 70% della popolazione che vive in condizioni di povertà e 150.000 vittime civili, la situazione in Sudan è stata definitivamente etichettata come “crisi abbandonata” dalla coordinatrice residente e umanitaria delle Nazioni Unite per il Sudan, Denise Brown.

Il termine abbandonata non è sinonimo di dimenticata, al contrario rimarca il completo disinteresse delle parti in gioco (direttamente e indirettamente collegate) e la sempre più urgente necessità di sostegno verso un popolo mai aiutato ed anzi, lasciato, lentamente ed inesorabilmente, privo di ogni speranza di rinascita.

Il SISM aderisce alla campagna “PMA per Tutte”

Il SISM aderisce alla campagna PMA per Tutte, promossa dall’Associazione Luca Coscioni e sostenuta da molte altre associazioni.

La Legge 40/2004, nella sua formulazione attuale, limita l’accesso alle tecniche di PMA alle sole coppie eterosessuali, escludendo esplicitamente donne singole e coppie dello stesso sesso. La proposta di legge popolare modifica questo articolo per estendere l’accesso a tutte le donne adulte, indipendentemente dallo stato civile o dall’orientamento sessuale.

La raccolta firme PMA per tutte è aperta. In due minuti possiamo farci ascoltare dal Parlamento.

Come studenti e studentesse di medicina, siamo chiamati a formarci non solo come professionisti clinici, ma come promotori di un sistema sanitario equo e accessibile. Questa proposta tocca direttamente alcuni dei valori fondamentali che il SISM porta avanti:

1. Equità nell’accesso alle cure. La negazione dell’accesso alla PMA per donne single o coppie femminili non ha una base clinica: non dipende da indicazioni mediche, ma da una scelta legislativa. Questo crea una disuguaglianza strutturale nell’accesso a un servizio sanitario.

2. Il problema del turismo procreativo. Chi ha le risorse economiche può già accedere alla PMA all’estero (Spagna, Belgio, ecc.) e molte lo fanno. Chi non può permetterselo è semplicemente escluso. Il SSN dovrebbe garantire accesso equo, non riservare certi diritti a chi può pagare un volo.

3. Salute riproduttiva come diritto. L’OMS riconosce la salute riproduttiva come componente essenziale del diritto alla salute. Un sistema che esclude a priori alcune donne dall’assistenza riproduttiva non è allineato con questa definizione.

Servono 50.000 firme certificate per far a discutere in Parlamento una proposta di legge che supera questa discriminazione.

Firma adesso per PMA per tutte. Oggi puoi fare la differenza.

Qui trovi maggiori informazioni sulla campagna: pmapertutte.it

Conflitti e Sanità: quando la politica nega il diritto alla salute – Palestina – non distogliamo mai lo sguardo

L’emergenza per il popolo palestinese è quotidianità e il mondo intero sembra averlo dimenticato. 
A Gaza e in Libano, Israele continua a bombardare e ad uccidere.

Nel secondo episodio della rubrica Conflitti e Sanità: quando la politica nega il diritto alla salute, lo SCORP Team 2026 invita a non distogliere lo sguardo dalla Palestina.

Seppur formalmente sarebbe in vigore il cessate il fuoco, la “così tanto acclamata”-” tregua non c’è mai stata: secondo dati ministeriali, dall’inizio del fantomatico cessate il fuoco nell’ottobre 2025 fino ad oggi, 11.922 persone sono state uccise e 2.786 ferite a Gaza; 781 sono i corpi recuperati. In più, il premier israeliano Netanyahu ha dichiarato di aver ordinato all’Idf di prendere il controllo del 70% della Striscia di Gaza, in contrasto con quanto previsto dagli accordi di cessate il fuoco in vigore dallo scorso ottobre. Parallelamente, il ministro della Difesa israeliano Katz avrebbe ribadito l’obiettivo di promuovere un piano di “emigrazione volontaria” dalla Striscia. In questo scenario, oltre due milioni di palestinesi verrebbero confinati in meno di un terzo del territorio disponibile. 

A questo punto l’emigrazione non sarebbe il risultato di una decisione spontanea, ma l’effetto di condizioni create politicamente e militarmente: bombardamenti, distruzione delle abitazioni, evacuazioni forzate, controllo militare del territorio, assenza di luoghi sicuri. In altre parole, la popolazione verrebbe formalmente invitata a “scegliere” di andarsene, ma dentro una situazione in cui restare diventa materialmente quasi impossibile. La retorica dell’emigrazione volontaria finirebbe così per mascherare una dinamica di espulsione indiretta, nella quale l’allontanamento della popolazione non viene imposto esclusivamente attraverso un ordine formale, ma attraverso la costruzione di un contesto in cui restare diventa sempre più impraticabile.

Seguiamo gli aggiornamenti dello staff di Emergency nella striscia di Gaza: la situazione continua ad essere drammatica. 

L’intenzionale chiusura dei valichi causa scarsità di cibo, acqua e cure mediche; stato già disumano, a cui si aggiunge la fortissima tempesta di sabbia di marzo, che ha peggiorato le condizioni di vita della popolazione. 

Le condizioni igieniche sono al limite: “Il collasso dei sistemi fognari e l’accumulo dei rifiuti creano terreno fertile per la diffusione di malattie come scabbia, pidocchi o la leptospirosi, un’infezione batterica del sangue che si trasmette attraverso il contatto diretto con l’urina o gli escrementi di roditori infetti, oppure con terreno e acqua già contaminati.”, racconta Irdi Memaj, medico di EMERGENCY a Gaza.

Non si uccide solo bombardando, sparando, colpendo. Si uccide anche e soprattutto costringendo la popolazione in luoghi di sovraffollamento come rifugi e tende, in mancanza di viveri, diffusione di infezioni, sofferenza, dove la vita si riduce a mera sopravvivenza. 

Secondo gli ultimi report delle Nazioni Unite, su un campione di 1.600 aree di sfollamento:

  • l’81% degli alloggi è infestato da roditori o parassiti, in un’emergenza che coinvolge almeno 1,45 milioni di persone;
  • 680.000 bambini sono esposti ai morsi di topi e insetti, soprattutto di notte

Arriviamo anche a 2.500 visite a settimana, seguendo circa 1.000 pazienti, per la maggior parte donne in gravidanza e bambini. Le famiglie sono compresse dentro le tende, con infezioni ricorrenti e difficili da trattare, circondate da discariche a cielo aperto. Se le epidemie dovessero aggravarsi, senza medicine per contrastarle, le conseguenze potrebbero diventare devastanti. Una situazione che, vista ogni giorno sul campo, assomiglia a un inferno.”

qui per continuare a seguire gli aggiornamenti: https://www.emergency.it/blog/dai-progetti/la-situazione-a-gaza-gli-aggiornamenti-di-emergency-2026/

Alla compromissione dello stato di salute fisico si associa quella della salute mentale: in Palestina quasi un bambino su due soffre di disturbo post-traumatico da stress (PTSD), anzi addirittura si è arrivati a parlare di “sindrome palestinese” o CTSD – (Continuous Traumatic Stress Disorder), nello specifico è una condizione di stress cronico causata dall’esposizione prolungata e quotidiana a violenza, perdite e insicurezza. A differenza del classico trauma post-traumatico (PTSD), deriva dal vivere in un ambiente dove la minaccia è continua. 

Sintomi principali:

  • Ipervigilanza: scatti improvvisi a ogni rumore forte, insonnia e incubi.
  • Reazioni somatiche: forme di mutismo selettivo e isolamento sociale.
  • Difficoltà di sviluppo: gravi ritardi nell’apprendimento e nella concentrazione nei bambini. 

 

Riportiamo il link di un video girato da MSF: Mental health in the West Bank: “After October 7, everyone’s lives changed”
Shorouq Al-Madmooj (assistente sociale) e Shireen Nazzal, (consulente psicologica) lavorano con Medici Senza Frontiere  in Cisgiordania da 20 anni. In questo breve documentario, parlano del loro lavoro e dell’impatto della violenza politica sui pazienti e su loro stessi.

La violazione dei diritti umani non si limita alla striscia di Gaza, al massimo lì si estremizza: la Knesset israeliana ha approvato una legge che introduce la pena di morte per i palestinesi accusati di atti di terrorismo. La norma è stata approvata in via definitiva alla fine di marzo 2026, scatenando immediate condanne internazionali e forti critiche da parte delle organizzazioni per i diritti umani. La norma rappresenta un passaggio estremamente preoccupante perché introduce un meccanismo che, pur senza richiamare esplicitamente criteri etnici o nazionali, sarebbe di fatto destinato ad applicarsi quasi esclusivamente nei confronti della popolazione palestinese. 

Il provvedimento, promosso dal partito del ministro israeliano per la Sicurezza nazionale Ben-Gvir, amplia l’uso della pena capitale sia nei tribunali militari sia in quelli civili. In particolare, in Cisgiordania, esclusa Gerusalemme Est occupata, la pena di morte diventerebbe obbligatoria per le persone condannate per omicidi intenzionali qualificati dalla legge israeliana come atti di terrorismo. La norma prevede inoltre forti limitazioni alle garanzie processuali: le condanne potrebbero essere decise dai tribunali militari a maggioranza semplice, anche senza richiesta della pubblica accusa, non potrebbero essere commutate né oggetto di clemenza e dovrebbero essere eseguite entro novanta giorni. Un elemento centrale della critica riguarda il fatto che i coloni israeliani risultano espressamente esclusi dall’ applicazione della legge. 

Le organizzazioni umanitarie sostengono, quindi, che la nuova disciplina introduca un regime eccezionale e discriminatorio, in contrasto con i principi fondamentali del diritti umani e del diritto internazionale. La pena di morte è una pratica crudele, disumana e incompatibile con la dignità della persona in ogni contesto in cui venga applicata. Rimane fondamentale, tuttavia, sottolineare il carattere selettivo della norma proposta dal governo Israeliano.

Inoltre l’appello delle ONG colloca questa decisione dentro un quadro politico più ampio: la nuova legge viene interpretata come parte di un sistema di politiche discriminatorie nei confronti dei palestinesi. Sistema già segnato dalla crisi umanitaria nella Striscia di Gaza, dall’accelerazione dell’annessione della Cisgiordania, dall’espansione degli insediamenti, dagli sgomberi forzati, dalle demolizioni di case e strutture palestinesi, dagli attacchi all’Unrwa, dalle restrizioni alle ong internazionali e dall’impunità delle violenze commesse dalle forze di sicurezza e dai coloni. (https://www.amnesty.it/israele-pena-di-morte-necessarie-misure-urgenti-dellue/ )

Pertanto, è evidente come l’occupazione e le politiche attuate da Israele continuino a consumare ogni aspetto di vita quotidiana: la salute, l’infanzia, la libertà e persino la speranza. 

Le vite di ciascun palestinese sono vite in sospeso, rese precarie e vulnerabili da un sistema di violenza che provoca morte, impoverimento, paura, malattia e negazione dell’umanità. 

Non distogliere lo sguardo, allora, diventa un dovere politico e umano. 

La mobilitazione continua: continuano il boicottaggio consapevole, l’attivismo e la divulgazione perché “ci si salva e si va avanti se si agisce insieme e non solo uno per uno“.

Conflitti e Sanità: quando la politica nega il diritto alla salute – Iran e USA

Lo SCORP Team 2026 è felice di annunciare l’inizio della rubrica Conflitti e Sanità: quando la politica nega il diritto alla salute. L’iniziativa è volta a riportare con cadenza mensile, alcuni degli aggiornamenti geopolitici attuali e come questi impattino sulla salute, rendendo di fatto impossibile l’accesso alle cure. I temi scelti saranno diversi e verranno raccolti in un thread in mailing list scorp, così da rendere più agevole la consultazione e la discussione. Il primo conflitto di cui si tratterà è quello tra Iran e USA. L’attacco Israelo-statunitense in Iran del 2026 ha preso avvio il 28 febbraio con un’operazione militare congiunta da parte di Stati Uniti e Israele contro obiettivi militari, civili, uffici politici e leader di comando in Iran. L’operazione è iniziata due giorni dopo la conclusione di una serie di colloqui indiretti, con esiti infruttuosi, tra gli americani e iraniani sul loro programma nucleare a Ginevra con la mediazione dell’Oman. Il governo israeliano ha presentato la propria operazione come un attacco preventivo. Teheran, al contrario, l’ha definita un’aggressione illegale e ha risposto tramite il lancio di missili con l’operazione “Vera Promessa 4” consistente in un’ondata di azioni contro Israele e installazioni statunitensi in diversi Stati arabi del Golfo Persico. Per non perderti neanche un episodio, vi invitiamo a iscrivervi alla mailing list scorp. L’operazione si colloca nel progressivo deterioramento dei rapporti tra Iran e Israele maturato all’interno di un quadro geopolitico di elevata tensione. Fino alla fine del 2023 i due Stati non si erano mai affrontati direttamente, e il confronto era avvenuto a più riprese in guerre parallele e indirette. Tuttavia, a partire dal 2024, la situazione si è incrinata sempre di più, fino a diventare una guerra diretta tra Iran e Israele nota anche come “Guerra dei dodici giorni”: conflitto armato scoppiato il 13 giugno 2025 a seguito dell’offensiva israeliana condotta con massicci attacchi aerei a sorpresa contro infrastrutture nucleari, basi militari e aree residenziali in territorio iraniano. L’operazione ha segnato l’inizio della guerra tra Israele e la Repubblica Islamica dell’Iran, che in risposta ha lanciato un’ondata di attacchi missilistici contro obiettivi militari e civili in Israele. Gli Stati Uniti, che hanno difeso Israele dai missili e dai droni iraniani sin dal primo giorno della guerra, sono entrati direttamente nel conflitto a partire dal nono giorno bombardando tre siti nucleari iraniani. L’Iran ha reagito lanciando missili contro una base statunitense in Qatar. Il 24 giugno 2025, Israele e Iran concordarono un cessate il fuoco. A seguito dell’aggressione israeliana condotta il 13 giugno 2025, il successivo 28 febbraio 2026, Israele ha attaccato nuovamente l’Iran in un’azione congiunta con gli USA, dando il via ad una seconda guerra diretta con le operazioni nominate “Ruggito del Leone” e “Furia epica” da Israele e USA rispettivamente a cui l’Iran ha risposto con l’azione “Vera promessa 4”. Leggi fino alla fine per conoscere l’impatto sanitario di questo conflitto sulla popolazione civile iraniana. Svolgimento Ancora prima che avvenissero le operazioni militari del 28 febbraio 2026, la CIA ha monitorato per mesi i movimenti di Khamenei. Dopo queste raccolte di informazioni, il 28 febbraio 2026 Israele infatti annuncia l’avvio di un attacco preventivo contro l’Iran. Reuters, agenzia di stampa internazionale, riferisce che l’azione è coordinata con gli Stati Uniti e che i primi attacchi hanno colpito obiettivi nella capitale iraniana. Poche ore dopo, Benjamin Netanyahu rende pubblica la denominazione «Ruggito del Leone» e presenta la campagna come un’operazione più ampia della precedente «Leone Nascente» del 2025 (operazione facente parte della guerra dei dodici giorni). Nel suo messaggio egli indica come obiettivi le dotazioni missilistiche e nucleari iraniane, le strutture del Corpo delle guardie della rivoluzione islamica e del Basij (forza paramilitare iraniana) e, più in generale, la possibilità di impedire che l’Iran diventi militarmente «invulnerabile». A distanza di alcuni minuti, Donald Trump conferma la partecipazione statunitense, presentando l’intervento come necessario per rimuovere una minaccia alla sicurezza degli Stati Uniti e per creare le condizioni di un mutamento politico interno in Iran. Teheran contesta immediatamente questa ricostruzione, definendo l’attacco «non provocato» e contrario al diritto internazionale. Morte di Khamenei e di altri membri del governo iraniano Poco prima della mezzanotte, il 28 febbraio, un funzionario israeliano rimasto anonimo dichiara che Khamenei è rimasto ucciso nei raid aerei e che il suo corpo è stato recuperato e identificato da fonti dell’intelligence. Sia il presidente Trump che il primo ministro Netanyahu lasciano intendere di ritenere Khamenei deceduto già prima che l’Iran ne confermi ufficialmente la morte. Nelle prime ore del 1° marzo, i media statali iraniani annunciano la morte della Guida Suprema e riportano anche l’uccisione di diversi esponenti politici del regime. Nell’operazione Israelo-americana però, non si annoverano solo vittime facenti parte della guida politica del regime Iraniano, ma anche civili. In particolare l’operazione più letale dell’intera campagna di bombardamenti è rappresentata dall’Attacco missilistico sulla scuola di Minab. Il 28 febbraio 2026, la scuola elementare femminile Shajareh Tayyebeh di Minab, nel sud dell’Iran, è stata distrutta durante l’orario scolastico presumibilmente a seguito dell’impatto di un missile, nel primo giorno dei raid israelo-statunitensi contro il Paese. Secondo i media statali iraniani, le vittime sarebbero 180, in larga parte bambini in età scolare. Risposta iraniana Nel corso della stessa giornata l’Iran risponde con ondate di missili e droni diretti verso Israele e verso installazioni statunitensi in vari Stati del Golfo. L’Associated Press riferisce di attacchi contro strutture militari statunitensi in Bahrain, Kuwait e Qatar, mentre Reuters riporta intercettazioni o impatti anche negli Emirati Arabi Uniti e in Giordania. Il ministero degli esteri iraniano descrive la risposta come un’azione di difesa del territorio nazionale contro “l’assalto militare del nemico”. Nel conflitto politico, sono stati coinvolti altri Paesi come Libano, Emirati Arabi Uniti, Arabia Saudita, Azerbaijan, Bahrain, Cipro, Iraq, Kuwait, Oman e Qatar. L’escalation ha anche causato un impatto immediato sul traffico aereo regionale, per cui diversi aeroporti nei Paesi coinvolti hanno immediatamente interrotto le proprie operazioni. Conseguenze Dopo l’uccisione della Guida Suprema Ali Khamenei nei raid, l’Iran ha avviato una transizione politica complessa e instabile, con un triumvirato provvisorio per garantire la continuità del potere. Il triumvirato ha assunto le funzioni supreme controllando esercito, media e politica estera. Secondo la Costituzione iraniana, l’Assemblea degli Esperti deve eleggere la nuova Guida Suprema entro pochi mesi. L’8 marzo, l’Assemblea annuncia ufficialmente l’elezione di Mojtaba Khamenei come nuova Guida suprema dell’Iran, succedendo al padre Ali Khamenei. Israele, contemporaneamente, applica misure restrittive dichiarando, tramite il ministro della Difesa, lo stato di emergenza su tutto il territorio nazionale, affermando che i bombardamenti contro l’Iran rappresentano la più vasta operazione militare mai lanciata dal paese. A seguito della proclamazione, scuole e luoghi di lavoro sono stati chiusi, mentre tutti gli eventi e le riunioni pubbliche sono stati annullati. Il Coordinatore delle attività governative nei territori ha disposto la chiusura di diversi valichi per gli aiuti umanitari nella Striscia di Gaza. Inoltre, da quando è scoppiato il conflitto, dopo la minaccia dei Pasdaran, l’Iran ha proclamato la chiusura dello Stretto di Hormuz, una delle rotte marittime più importanti al mondo per il commercio di petrolio e gas naturale. Il traffico petrolifero, pertanto, si è interrotto bruscamente nelle rotte principali, con milioni di barili bloccati nel Golfo Persico. Il cessate il fuoco tra Stati Uniti, Israele e Iran è arrivato nel cuore della notte italiana, a meno di due ore dalla scadenza dell’ultimatum di Donald Trump a riaprire Hormuz. Le operazioni militari sono sospese “per un periodo di due settimane”, ha fatto sapere il presidente Usa, tempo che sarà usato per cercare di concludere una pace duratura. A giocare un ruolo centrale nelle trattative – frenetiche – delle ultime ore è stato il Pakistan, attivo come mediatore tra le parti. Come si è arrivati alla tregua Con l’avvicinarsi della scadenza dell’ultimatum di Donald Trump, fissata alle 20 orario di Washington del 7 aprile, il primo ministro pakistano Sharif aveva invitato tutte le parti coinvolte nel conflitto in corso in Medio Oriente a rispettare “un cessate il fuoco di due settimane” per consentire alla diplomazia di raggiungere una soluzione definitiva. Sharif aveva inoltre chiesto alle autorità iraniane di aprire lo Stretto di Hormuz nello stesso periodo, “come gesto di buona volontà”, sollecitando il presidente statunitense Donald Trump “a prorogare di due settimane la scadenza” fissata per l’intervento in Iran. La proposta del Pakistan è sembrata fin dall’inizio accolta con un’apertura da entrambe le parti. Con il passare delle ore, poi, la possibilità di un accordo è sembrata diventare più concreta. E così, quando da poco era passata la mezzanotte in Italia, Donald Trump ha dato l’annuncio su Truth: “Accetto di sospendere i bombardamenti e gli attacchi contro l’Iran per un periodo di due settimane. Si tratterà di un CESSATE IL FUOCO bilaterale”. Uno stop ai bombardamenti “a condizione che la Repubblica Islamica dell’Iran acconsenta all’APERTURA COMPLETA, IMMEDIATA e SICURA dello Stretto di Hormuz”. Le trattative per la pace Con l’arrivo della tregua, adesso i riflettori si spostano sulle trattative di pace: il primo round di incontri fra Stati Uniti e Iran per un accordo per mettere fine alla guerra è stato a Islamabad. Secondo quanto riportato dalla CNN, per il ministro degli esteri di Teheran, Washington avrebbe accettato “l’impalcatura” del piano in dieci punti dell’Iran come “base per le trattative”, e in cambio Teheran starebbe prendendo in considerazione la proposta in 15 punti degli Stati Uniti. Cosa sappiamo sui 10 punti dell’Iran Come sottolineato dalla CNN, sebbene non sia stata resa disponibile una versione ufficiale della proposta in 10 punti di Teheran, il Consiglio nazionale di sicurezza iraniano ha svelato alcune delle parti centrali del documento: questo include – sempre stando all’emittente statunitense – la possibilità di regolamentare il passaggio attraverso lo stretto di Hormuz, la fine degli attacchi all’Iran e ai suoi alleati, il ritiro delle forze americane dalla regione, riparazioni di guerra, la rimozione delle sanzioni internazionali e una risoluzione ONU per blindare l’accordo di pace. Inoltre, alcune versioni del documento fatte circolare dai media iraniani indicano come gli Stati Uniti avrebbero accettato il principio secondo cui Teheran ha il diritto di arricchire l’uranio. Cosa sappiamo sui 15 punti degli USA Allo stesso modo, non è stata pubblicata una versione ufficiale dei 15 punti del piano portato avanti dagli Stati Uniti. Secondo quanto ricostruito dalla CNN, però, questi includerebbero l’impegno dell’Iran a non sviluppare armi atomiche, la consegna dell’uranio arricchito, limitazioni alla capacità di difesa di Teheran, la fine del sostegno ai ‘proxy’ nella regione e la riapertura dello stretto di Hormuz. Inoltre, sul tavolo ci sarebbe anche la richiesta del riconoscimento del diritto all’esistenza dello Stato di Israele. Qual è la situazione attuale Secondo il New York Times, con questa tregua Donald Trump ha trovato la sua via di uscita in Iran, ma le cause della guerra non sono state risolte. Secondo il quotidiano newyorkese, il presidente ha prima minacciato di far “morire la civiltà” iraniana e dieci ore dopo si è tirato indietro. Anche se aver siglato il cessate fuoco “senza dubbio” è considerata “una vittoria tattica strappata all’ultimo respiro”, si tratta però di un successo che “non risolve nessuno dei problemi fondamentali che hanno portato alla guerra”, ha aggiunto il NYT precisando che ora Trump si trova davanti alla sfida di dover raggiungere non solo un accordo duraturo con l’Iran, ma di dimostrare al mondo che il conflitto andava combattuto. Ghalibaf: “Violato l’accordo, così tregua e colloqui irragionevoli” Successivamente il presidente del Parlamento iraniano, Mohammad Ghalibaf, capo negoziatore degli ayatollah, in una nota ha dichiarato che tre dei dieci punti proposti da Teheran per un accordo di tregua con gli Usa sono stati “apertamente e chiaramente violati” e che “in questa situazione una tregue bilaterale e i colloqui sono irragionevoli”. Nella nota, Ghalibaf punta il dito, tra l’altro, sulla “violazione” del punto che “includeva anche il Libano” nella tregua. Poi tra le “tre clausole” della proposta iraniana considerate non rispettate, il presidente del Parlamento iraniano ha indicato altri due aspetti: il “divieto di qualsiasi ulteriore violazione dello spazio aereo iraniano”, denunciando “l’intromissione di un drone”, e “la negazione del diritto dell’Iran all’arricchimento dell’uranio”, diritto che invece “era incluso al punto sei dell’accordo”. Vance attacca i media: “Infondati i 10 punti su proposte pace USA-Iran” “Ho visto diverse testate – Nyt, Cnn e altre – riprendere e diffondere l’originale proposta in 10 punti, basandosi su poco più che un tizio a caso in Iran che l’aveva inviata a una tv pubblica locale; e poi le ho viste sostenere che quella proposta rappresentasse, in qualche modo, la posizione negoziale del governo”, ha detto poi il vicepresidente Usa, JD Vance, sulle proposte di pace in 10 punti tra Usa e Iran, “rivelatesi infondate”. Vance ha detto che “gli iraniani pensavano che il cessate il fuoco includesse il Libano, ma non era affatto così”, secondo Fox News. Ad oggi nonostante le difficoltà che comporta il blocco dello Stretto di Hormuz, Trump ha respinto la proposta dell’Iran per terminare la guerra in corso. Ma Teheran continua a non darsi per vinta e infatti ha scelto di spedire una nuova proposta, mentre il petrolio si impenna sui 100 dollari al barile. Per il presidente americano, la prima offerta non era abbastanza per porre fine alle ostilità e il suo punto fisso rimane l’impossibilità per l’Iran di avere armi nucleari.L’elaborazione di un nuovo documento da parte della Repubblica islamica richiederà del tempo, ma sarà necessario trovare una posizione comune. Fonte: SkyTG24 Impatto sanitario Qualsiasi conflitto, ovunque esso sia, ricade sui civili e in particolare compromette gravemente lo stato di salute di questi ultimi. Sicuramente i primi effetti sanitari delle guerre sono costituiti da morti e feriti traumatici dovuti a bombardamenti, combattimenti urbani e mine. Nel conflitto iniziato con gli attacchi all’Iran del 28 febbraio 2026, gli ospedali delle aree colpite riportano un aumento improvviso della domanda di chirurgia d’urgenza e di terapia intensiva, mentre la capacità si riduce per danni strutturali, carenze di carburante e interruzione delle forniture. Le patologie emergenziali, però, non costituiscono l’unico impatto: la letteratura sottolinea come, nei conflitti prolungati, l’eccesso di mortalità per cause “non belliche” possa, sul medio termine, superare il numero dei morti direttamente causati dalle esplosioni. Tra queste cause annoveriamo malattie croniche come diabete, ipertensione, insufficienza renale e tumori la cui gestione in condizioni di guerra è praticamente impossibile. Per di più in Iran, anni di sanzioni e limiti all’importazione di farmaci hanno già prodotto carenze strutturali, che l’attuale conflitto aggrava costringendo pazienti all’interruzione di dialisi, chemioterapie e follow-up specialistici. Alle malattie croniche si aggiungono epidemie e malattie infettive, conseguenza della distruzione di infrastrutture idriche, fognarie ed energetiche, insieme allo sfollamento di massa. Il conflitto ha determinato spostamenti massicci di popolazione all’interno dell’Iran. Secondo l’OMS, più di 100mila persone si sono trasferite in altre aree del paese per sfuggire all’insicurezza, mentre centinaia di migliaia vivono in rifugi collettivi affollati, spesso con accesso limitato ad acqua potabile, servizi e condizioni igieniche adeguate. Queste condizioni favoriscono la diffusione di infezioni respiratorie, malattie diarroiche e altre patologie trasmissibili, aggravando una crisi sanitaria già sotto pressione a causa del conflitto. Ciò aumenta, oltretutto, il rischio di focolai che possono estendersi al di là dei confini nazionali, con implicazioni per la sicurezza sanitaria globale. Negli ultimi giorni l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha lanciato un allarme globale per i pericoli ambientali e sanitari legati agli incendi di impianti petroliferi in Iran provocati dal conflitto. In una nota ufficiale, l’OMS ha analizzato le condizioni di centinaia di migliaia di persone esposte a fumi tossici, acqua contaminata e condizioni igieniche precarie nei rifugi collettivi, con impatti diretti su infezioni respiratorie e altre malattie trasmissibili. Nel dettaglio del rapporto pubblicato dall’agenzia Onu, la situazione ambientale si intreccia con quella della salute pubblica: dagli incendi nelle infrastrutture petrolifere, che rilasciano sostanze chimiche pericolose, alle piogge contaminate note come “pioggia nera”. La formazione di quest’ultima indica la presenza di particelle di combustione in atmosfera la cui esposizione prolungata, secondo gli esperti, può aumentare il rischio di malattie croniche, compresi alcuni tumori, soprattutto per gruppi vulnerabili come bambini, anziani e persone con patologie preesistenti. Vogliamo esprimere solidarietà alla popolazione Iraniana, in questo momento soffocata dagli attacchi congiunti di Israele e USA. Le scorse operazioni militari Israelo-statunitensi, tra cui l’attacco missilistico sulla scuola di Minab, sono simbolo reale di come la violenza perpetrata dal potere ricada soprattutto su civili innocenti. Premesso che non esiste alcuna giustificazione plausibile per cui la violenza possa essere utilizzata come strumento di risoluzione, in questo caso l’offensiva di USA e Israele viola la dottrina giuridica internazionale prevalente, fondata sulla Carta delle Nazioni Unite, che considera l’attacco preventivo (o “guerra preventiva”) verso un altro Stato, un atto di aggressione illecito e contrario al diritto internazionale, se compiuto in assenza di un attacco armato subìto o di una minaccia imminente. Ancora una volta assistiamo ad una violazione dei diritti fondamentali, tra cui il diritto alla salute e all’accesso alle cure. La nostra solidarietà verso il popolo Iraniano, nasce non solo dai recenti sviluppi, ma anche dalle torture e violenze che il popolo persiano è da anni costretto a subire a causa del regime: dichiariamo sostegno per le manifestanti e i manifestanti sottoposti a repressione fisica, mediatica, verbale. Torturati, incarcerati e massacrati. Chiediamo la cessazione di ogni bombardamento e azione armata. Nel rispetto del diritto internazionale, sanitario e soprattutto dei diritti umani perché, come affermò Hannah Arendt, “La guerra non restaura i diritti, ma ridefinisce i poteri.” Iscriviti alla mailing list SCORP

Iscrizioni aperte agli ENM – primavera 2026

Credi che la sola formazione accademica non basti per diventare un bravo medico? Iscriviti agli Eventi Nazionali Minori – Edizione Primaverile 2026 alla pagina: https://sism.org/eventi-nazionali-minori/

Le formazioni del SISM hanno l’obiettivo di fornire un background a futuri professionisti della salute riguardo argomenti e tematiche che non vengono approfondite nelle aule universitarie, ma che influiscono sulla salute della popolazione, per fornire le migliori cure possibili ai futuri pazienti.
Possono partecipare tutte le persone regolarmente tesserate al SISM per l’anno associativo 2025-2026. Clicca per trovare la Sede Locale più vicina a te.

Nel weekend 23-26 Aprile si terranno due laboratori di formazione, al termine dei quali si avrà la possibilità di diventare Formatori SISM quali Smile-X Meeting 13.0 (Palermo) e LabEx 3.0 (Roma).

Per il weekend 1-3 Maggio, nella stessa struttura (Casola Valsena, RA) in maniera parallela, i due laboratori tematici saranno occasione per approfondire tematiche proprie delle due standing committees, ad esempio:

  • SCORP Meeting: legame fra diritti umani e sanità, accesso alle cure, Salute Globale, aiuto umanitario ecc.
  • SCOPH Meeting: One Health, Health Literacy, Campaigning e molto altro.

Alla conclusione degli eventi otterrai un certificato di partecipazione, ma soprattutto nuove conoscenze e soft skills spendibili nel tuo futuro professionale all’interno di una rete di studenti e studentesse da tutta Italia!

Non perdere tempo, cogli l’occasione!

Scadenza iscrizioni: 20 marzo per LabEx 3.0 e 22 marzo per Smile-X, SCOPH e SCORP Meeting.


Per ulteriori informazioni scrivere a:

COMITATO 3 OTTOBRE: QUANDO LA MEMORIA DIVENTA AZIONE

Un’evento della Sede Locale di Milano.

Martedì 13 gennaio 2026, in un’aula universitaria gremita di studenti di medicina, il tema della migrazione incrocia quello della medicina legale, della salute mentale e della dignità umana. Protagonista dell’incontro è stato Tareke Brhane, presidente del Comitato 3 ottobre, ospite di un evento organizzato dal SISM di Milano. L’occasione è stata anche la registrazione di un podcast. 

Da questo confronto ha preso forma il racconto di un’organizzazione che, dal 2013, lavora per trasformare una tragedia collettiva in un impegno strutturato, capace di unire memoria, formazione, advocacy e intervento concreto.

Il Comitato 3 ottobre nasce all’indomani del naufragio del 3 ottobre 2013 a Lampedusa, in cui persero la vita 368 persone. Da quel momento, la scelta è stata chiara: non limitarsi al ricordo, ma costruire percorsi che rendano la memoria uno strumento attivo di consapevolezza e responsabilità. Il Comitato promuove a Lampedusa ogni anno, in occasione della Giornata della Memoria e Accoglienza che si celebra il 3 ottobre, tre giorni di incontri, momenti di confronto, che coinvolgono testimoni, familiari delle vittime, studenti e studentesse, istituzioni, operatori del soccorso, mondo accademico e società civile. Un tempo sospeso, in cui il ricordo si intreccia all’ascolto e alla riflessione collettiva, restituendo centralità alle storie e alle persone dietro i numeri.

Accanto alle iniziative commemorative, il Comitato ha sviluppato negli anni una forte vocazione educativa. Con il progetto Semi di Lampedusa, migliaia di studenti e studentesse, docenti sono coinvolti in percorsi scolastici che affrontano i temi delle migrazioni, dei diritti umani e della cittadinanza attiva. L’educazione diventa così uno spazio privilegiato per contrastare la semplificazione e l’indifferenza, e per costruire uno sguardo critico e informato nelle nuove generazioni.

Un altro pilastro dell’attività del Comitato è l’advocacy. Attraverso il dialogo con Istituzioni nazionali ed europee, università e organizzazioni internazionali, il Comitato promuove politiche pubbliche attente alle persone, alle famiglie e alle conseguenze umane delle migrazioni forzate. Un lavoro spesso silenzioso, ma fondamentale per portare questi temi nei luoghi in cui si prendono decisioni.

Particolare rilievo assume il lavoro in ambito forense in collaborazione con il Labanof, sviluppato per affrontare una delle questioni più drammatiche e meno visibili legate ai naufragi: le migliaia di persone sepolte senza nome nei cimiteri europei. Attraverso il progetto “Vittime senza nome”, il Comitato collabora con esperti, istituzioni e università per promuovere pratiche di identificazione, raccolta dei dati e tutela delle salme. Un impegno che restituisce centralità al ruolo della medicina legale come strumento di giustizia, umanità e responsabilità pubblica.

In questo contesto, emerge con forza il legame tra il lavoro del Comitato e il mondo della formazione medica. Il confronto con gli studenti del SISM sottolinea quanto sia importante coinvolgere i futuri professionisti sanitari in una riflessione che non riguarda solo la tecnica, ma anche l’etica, la memoria e le conseguenze psicologiche e sociali della perdita. La salute, infatti, non è mai solo una questione biologica, ma anche relazionale, culturale e collettiva.

Il Comitato 3 Ottobre guarda alle nuove generazioni come interlocutori centrali del proprio lavoro. Studentə, volontarə e giovanə professionistə sono chiamati a partecipare attivamente alle iniziative educative, di sensibilizzazione e di ricerca, contribuendo a trasformare l’ascolto in azione e la memoria in impegno concreto.

Perché, come ricorda spesso il Comitato, il mare non cancella le storie. Sta alla società decidere se ignorarle o farsene carico.

Per approfondire le attività e le possibilità di partecipazione: www.comitato3ottobre.it

La Presidente Nazionale Eleonora Curatella e il NOME Federico Delle Castelle alla Camera dei Deputati per la conferenza stampa "Medicina senza Filtri: le criticità del semestre"

Discorso del SISM sull’andamento del Semestre Filtro

In data 13 Gennaio 2026, presso la Camera dei Deputati, il SISM è intervenuto in qualità di consulente tecnico alla conferenza stampa Medicina senza filtri: le criticità del semestre – Conferenza stampa di Benedetto Della Vedova, trasmessa live sui canali YouTube e webtv.camera.com e pubblicata al link https://webtv.camera.it/evento/30052.

Di seguito un estratto del discorso del NOME Federico Delle Castelle.

[…] Il Semestre Filtro espone studenti e studentesse appena maggiorenni a un carico mentale decisamente gravoso: essi si trovano a frequentare corsi, sostenere esami e a competere tra loro senza alcuna garanzia di continuità nel percorso accademico.
Questo clima genera una competizione esasperata protratta nel tempo, un senso di precarietà e una progressiva erosione dello spirito collaborativo, che dovrebbe invece essere un pilastro della formazione, nonché della professione medica.

Tutto ciò, oltre alle gravi e non trascurabili ripercussioni sul piano della vita personale degli studenti, ha avuto inevitabili e forti ricadute anche sul tempo qualitativo dedicato allo studio per il superamento degli esami e, di riflesso, a una selezione ancora meno equa e giusta al termine del semestre.

Quella che si è verificata lo scorso semestre è stata una formazione a nostro avviso inadatta alla preparazione e alla selezione di futuri professionisti sanitari competenti e consapevoli del loro ruolo, in grado di rispondere ai bisogni di salute della popolazione e di fare in modo che siano rispettati i diritti costituzionali inviolabili di cui lo Stato è garante.

Risulta quindi evidente come il Semestre Filtro, non solo sia stato deleterio nei confronti della qualità della Formazione Medica e del benessere psico-fisico degli studenti, ma è anche venuto meno all’obiettivo dichiarato della riforma: quello di garantire un accesso più libero, equo e giusto.
Nei fatti, il Semestre Filtro non elimina la selezione, la sposta solamente.

[…] riteniamo che il problema fondamentale non risieda nel sottoporsi a un test come quelli degli anni passati, quanto più nella disparità di mezzi di cui i candidati godono nella preparazione, elementi che dovrebbero essere maggiormente uniformi ed equamente accessibili tra gli aspiranti medici, odontoiatri e veterinari. Richiediamo, pertanto, che vengano prese misure atte ad appianare efficacemente queste differenze e che ciò sia perseguito attraverso un sistema che salvaguardi la qualità formativa e il benessere psicofisico degli studenti, standard che la riforma del Semestre Filtro non è stata in grado di soddisfare. […]

Ringraziamo il Dottor Avv. Leone e il Dottor Avv. Catalano per l’opportunità offertaci di poter prendere parte a questa Conferenza Stampa e di averci permesso di poter mettere a disposizione la nostra esperienza e le nostre competenze in materia di Formazione Medica al fine di implementare riforme che migliorino realmente il benessere della comunità accademica e, di riflesso, quello della società.

Desideriamo precisare, al fine di evitare eventuali fraintendimenti, che il SISM non è parte del suddetto comitato, ma è stato coinvolto lo scorso dicembre in qualità consulente tecnico in merito alla survey già pubblicata in maniera autonoma il 12 novembre 2025.

Rinnoviamo, inoltre, la nostra piena disponibilità a portare le nostre posizioni e le nostre analisi a chiunque sia interessato ad approfondire questo tema.

Comunicato Stampa – Posizione del SISM in merito alle azioni genocidiarie e alla grave violazione dei diritti umani commesse dallo stato di Israele ai danni del popolo palestinese.

Leggi il Comunicato Stampa integrale.

Nel rispetto della “Carta dei Valori”, la Carta d’Impegno Associativo “Violazione dei Diritti Umani nei Territori Palestinesi” e delle Policy Associative “Approccio Globale alla Salute e alla Formazione Universitaria”, “Diritto alla Salute e Accesso alle Cure”, “Salute delle persone appartenenti alla comunità LGBTQIA+ e Lotta alla DIscriminazione” e “Salute delle persone migranti e con background migratorio

il SISM – Segretariato Italiano Studenti in Medicina – APS esprime la propria condanna nei confronti dello stato di Israele per le azioni genocidiarie e le gravi violazioni dei diritti umani perpetrate ai danni del popolo Palestinese.

[…]

La violazione dei diritti del popolo palestinese non è iniziata il 7 ottobre 2023. Israele, sin dalla sua fondazione nel 1948, ha attuato pratiche coloniali e di apartheid, riconosciute e denunciate da organismi internazionali indipendenti. Dopo l’attacco del gruppo politico-militare di Hamas del 7 ottobre 2023, le azioni israeliane si sono intensificate in maniera sproporzionata, configurandosi come genocidio secondo la definizione della Convenzione ONU del 1948.Dati ufficiali aggiornati al 17 dicembre 2025 riportano: 70.668 persone uccise a Gaza (di cui 20.179 bambini) e 171.152 ferite. Ci teniamo a sottolineare che anche adottando le stime più prudenti le persone uccise non identificate o ancora sepolte sotto le macerie potrebbero essere centinaia di migliaia. Tra le vittime figurano operatori umanitari, sanitari, membri della Protezione Civile e giornalisti. L’insicurezza alimentare riguarda l’intera popolazione dei governatorati di Gaza, Deir al Balah e Khan Younis, con centinaia di migliaia di persone in condizioni di carestia.

[…]

Alla luce della necessità di una lettura approfondita che integri prospettiva storica, sanitaria e sociale, il SISM ha stilato il report “Per una Palestina libera” (consultabile al seguente link: Per una Palestina libera – Storia di un popolo e della sua Terra) ed in seguito ha elaborato la Carta d’Impegno Associativo “Violazione dei Diritti Umani nei Territori Palestinesi”, un documento che nasce da un percorso collettivo di riflessione, studio e confronto, e che vuole ricostruire le radici del conflitto, denunciare le responsabilità della comunità internazionale e riaffermare che la speranza risiede nella collettività e nella lotta per la giustizia.

Posizione del SISM in merito all’andamento delle prove di esame del Semestre Filtro

Leggi il Comunicato Stampa integrale.

Posizione del Segretariato Italiano Studenti in Medicina in merito all’andamento delle prove di esame del Semestre Filtro, prospettive future di sanatoria e riflessione sul dibattito politico-istituzionale sul Semestre Filtro.

Il Segretariato Italiano Studenti in Medicina esprime tutta la sua preoccupazione in merito alle presunte irregolarità verificatesi in occasione delle prove di esame del nuovo sistema di accesso “Semestre Filtro” e al bassissimo tasso di superamento degli esami del Semestre Filtro per le nuove matricole.

Al netto di un notevole sforzo da parte dei Nostri Atenei, Rettori, Presidenti di Corso di Laurea e Professori coinvolti, proprio come temuto e espresso all’interno del nostro Comunicato Stampa datato 04/09/2025 e all’interno del Dossier allegato alla memoria depositato in VII Commissione Scienze, Cultura e Istruzione della Camera dei Deputati, possiamo testimoniare un abbassamento della qualità formativa e un preoccupante peggioramento del grado di gestione dello stress e del benessere psicologico degli studenti del Semestre Filtro (dati raccolti tramite una survey di monitoraggio indipendente portata avanti dallo stesso Segretariato).

[…]

Il Segretariato Italiano Studenti in Medicina (SISM) esprime profonda preoccupazione e forte dissenso rispetto alle recenti dichiarazioni della Ministra dell’Università e della Ricerca, Anna Maria Bernini, rivolte a un gruppo di contestatori iscritti al Semestre Filtro nel contesto della Manifestazione Politica Atreju. Parole che appaiono distanti dalle reali esigenze delle studentesse e degli studenti e che rischiano di delegittimare un dissenso a nostro avviso ampiamente motivato e nato dall’esperienza diretta di studenti che hanno vissuto sulla propria pelle l’impatto della riforma.

[…]

 Leggi il Comunicato Stampa integrale.

 

 

Posizione del SISM – APS sulla scomparsa di Maddalena Carta, simbolo della crisi del SSN

Posizione del Segretariato Italiano Studenti in Medicina di fronte alla scomparsa di Maddalena Carta, Medico di famiglia a Dorgali, Sardegna, sintomo di un Servizio Sanitario Nazionale che non tutela i suoi medici.

Il Segretariato Italiano Studenti in Medicina (SISM) esprime le sue condoglianze per la scomparsa inaspettata della dottoressa Maddalena Carta. In questo momento di cordoglio la nostra vicinanza va ai familiari, ai colleghi e a chi ogni giorno dedica la propria vita alla cura degli altri.

[…]

La situazione nella quale si trovava la Dottoressa Carta è una rappresentazione purtroppo di una realtà che non può e non deve essere ignorata: Il Servizio Sanitario Nazionale è sottoposto a un carico crescente. Medici, infermieri e tutti gli operatori sanitari si trovano costretti a gestire carichi di lavoro sempre più gravosi, spesso in condizioni di carenza di personale e risorse non adeguate alla richiesta.

[…]

Non possiamo continuare a chiedere ai medici e a tutto il personale sanitario di sopperire con la propria abnegazione alle mancanze strutturali di un sistema sottofinanziato e privo di risorse. È necessario un impegno deciso e immediato da parte delle istituzioni per invertire questa rotta.

Leggi il Comunicato Stampa integrale.