Conflitti e Sanità: quando la politica nega il diritto alla salute – Iran e USA

Lo SCORP Team 2026 è felice di annunciare l’inizio della rubrica Conflitti e Sanità: quando la politica nega il diritto alla salute.

L’iniziativa è volta a riportare con cadenza mensile, alcuni degli aggiornamenti geopolitici attuali e come questi impattino sulla salute, rendendo di fatto impossibile l’accesso alle cure. I temi scelti saranno diversi e verranno raccolti in un thread in mailing list scorp, così da rendere più agevole la consultazione e la discussione.

Il primo conflitto di cui si tratterà è quello tra Iran e USA.
L’attacco Israelo-statunitense in Iran del 2026 ha preso avvio il 28 febbraio con un’operazione militare congiunta da parte di Stati Uniti e Israele contro obiettivi militari, civili, uffici politici e leader di comando in Iran. L’operazione è iniziata due giorni dopo la conclusione di una serie di colloqui indiretti, con esiti infruttuosi, tra gli americani e iraniani sul loro programma nucleare a Ginevra con la mediazione dell’Oman.
Il governo israeliano ha presentato la propria operazione come un attacco preventivo. Teheran, al contrario, l’ha definita un’aggressione illegale e ha risposto tramite il lancio di missili con l’operazione “Vera Promessa 4” consistente in un’ondata di azioni contro Israele e installazioni statunitensi in diversi Stati arabi del Golfo Persico.

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L’operazione si colloca nel progressivo deterioramento dei rapporti tra Iran e Israele maturato all’interno di un quadro geopolitico di elevata tensione. Fino alla fine del 2023 i due Stati non si erano mai affrontati direttamente, e il confronto era avvenuto a più riprese in guerre parallele e indirette.
Tuttavia, a partire dal 2024, la situazione si è incrinata sempre di più, fino a diventare una guerra diretta tra Iran e Israele nota anche come “Guerra dei dodici giorni”: conflitto armato scoppiato il 13 giugno 2025 a seguito dell’offensiva israeliana condotta con massicci attacchi aerei a sorpresa contro infrastrutture nucleari, basi militari e aree residenziali in territorio iraniano. L’operazione ha segnato l’inizio della guerra tra Israele e la Repubblica Islamica dell’Iran, che in risposta ha lanciato un’ondata di attacchi missilistici contro obiettivi militari e civili in Israele.
Gli Stati Uniti, che hanno difeso Israele dai missili e dai droni iraniani sin dal primo giorno della guerra, sono entrati direttamente nel conflitto a partire dal nono giorno bombardando tre siti nucleari iraniani. L’Iran ha reagito lanciando missili contro una base statunitense in Qatar.
Il 24 giugno 2025, Israele e Iran concordarono un cessate il fuoco.
A seguito dell’aggressione israeliana condotta il 13 giugno 2025, il successivo 28 febbraio 2026, Israele ha attaccato nuovamente l’Iran in un’azione congiunta con gli USA, dando il via ad una seconda guerra diretta con le operazioni nominate “Ruggito del Leone” e “Furia epica” da Israele e USA rispettivamente a cui l’Iran ha risposto con l’azione “Vera promessa 4”.

Leggi fino alla fine per conoscere l’impatto sanitario di questo conflitto sulla popolazione civile iraniana.

Svolgimento
Ancora prima che avvenissero le operazioni militari del 28 febbraio 2026, la CIA ha monitorato per mesi i movimenti di Khamenei.
Dopo queste raccolte di informazioni, il 28 febbraio 2026 Israele infatti annuncia l’avvio di un attacco preventivo contro l’Iran. Reuters, agenzia di stampa internazionale, riferisce che l’azione è coordinata con gli Stati Uniti e che i primi attacchi hanno colpito obiettivi nella capitale iraniana.
Poche ore dopo, Benjamin Netanyahu rende pubblica la denominazione «Ruggito del Leone» e presenta la campagna come un’operazione più ampia della precedente «Leone Nascente» del 2025 (operazione facente parte della guerra dei dodici giorni). Nel suo messaggio egli indica come obiettivi le dotazioni missilistiche e nucleari iraniane, le strutture del Corpo delle guardie della rivoluzione islamica e del Basij (forza paramilitare iraniana) e, più in generale, la possibilità di impedire che l’Iran diventi militarmente «invulnerabile». A distanza di alcuni minuti, Donald Trump conferma la partecipazione statunitense, presentando l’intervento come necessario per rimuovere una minaccia alla sicurezza degli Stati Uniti e per creare le condizioni di un mutamento politico interno in Iran.
Teheran contesta immediatamente questa ricostruzione, definendo l’attacco «non provocato» e contrario al diritto internazionale.

Morte di Khamenei e di altri membri del governo iraniano
Poco prima della mezzanotte, il 28 febbraio, un funzionario israeliano rimasto anonimo dichiara che Khamenei è rimasto ucciso nei raid aerei e che il suo corpo è stato recuperato e identificato da fonti dell’intelligence. Sia il presidente Trump che il primo ministro Netanyahu lasciano intendere di ritenere Khamenei deceduto già prima che l’Iran ne confermi ufficialmente la morte.
Nelle prime ore del 1° marzo, i media statali iraniani annunciano la morte della Guida Suprema e riportano anche l’uccisione di diversi esponenti politici del regime.
Nell’operazione Israelo-americana però, non si annoverano solo vittime facenti parte della guida politica del regime Iraniano, ma anche civili.
In particolare l’operazione più letale dell’intera campagna di bombardamenti è rappresentata dall’Attacco missilistico sulla scuola di Minab.
Il 28 febbraio 2026, la scuola elementare femminile Shajareh Tayyebeh di Minab, nel sud dell’Iran, è stata distrutta durante l’orario scolastico presumibilmente a seguito dell’impatto di un missile, nel primo giorno dei raid israelo-statunitensi contro il Paese. Secondo i media statali iraniani, le vittime sarebbero 180, in larga parte bambini in età scolare.

Risposta iraniana
Nel corso della stessa giornata l’Iran risponde con ondate di missili e droni diretti verso Israele e verso installazioni statunitensi in vari Stati del Golfo. L’Associated Press riferisce di attacchi contro strutture militari statunitensi in Bahrain, Kuwait e Qatar, mentre Reuters riporta intercettazioni o impatti anche negli Emirati Arabi Uniti e in Giordania.
Il ministero degli esteri iraniano descrive la risposta come un’azione di difesa del territorio nazionale contro “l’assalto militare del nemico”.
Nel conflitto politico, sono stati coinvolti altri Paesi come Libano, Emirati Arabi Uniti, Arabia Saudita, Azerbaijan, Bahrain, Cipro, Iraq, Kuwait, Oman e Qatar. L’escalation ha anche causato un impatto immediato sul traffico aereo regionale, per cui diversi aeroporti nei Paesi coinvolti hanno immediatamente interrotto le proprie operazioni.

Conseguenze
Dopo l’uccisione della Guida Suprema Ali Khamenei nei raid, l’Iran ha avviato una transizione politica complessa e instabile, con un triumvirato provvisorio per garantire la continuità del potere. Il triumvirato ha assunto le funzioni supreme controllando esercito, media e politica estera.
Secondo la Costituzione iraniana, l’Assemblea degli Esperti deve eleggere la nuova Guida Suprema entro pochi mesi. L’8 marzo, l’Assemblea annuncia ufficialmente l’elezione di Mojtaba Khamenei come nuova Guida suprema dell’Iran, succedendo al padre Ali Khamenei.
Israele, contemporaneamente, applica misure restrittive dichiarando, tramite il ministro della Difesa, lo stato di emergenza su tutto il territorio nazionale, affermando che i bombardamenti contro l’Iran rappresentano la più vasta operazione militare mai lanciata dal paese. A seguito della proclamazione, scuole e luoghi di lavoro sono stati chiusi, mentre tutti gli eventi e le riunioni pubbliche sono stati annullati. Il Coordinatore delle attività governative nei territori ha disposto la chiusura di diversi valichi per gli aiuti umanitari nella Striscia di Gaza.
Inoltre, da quando è scoppiato il conflitto, dopo la minaccia dei Pasdaran, l’Iran ha proclamato la chiusura dello Stretto di Hormuz, una delle rotte marittime più importanti al mondo per il commercio di petrolio e gas naturale.
Il traffico petrolifero, pertanto, si è interrotto bruscamente nelle rotte principali, con milioni di barili bloccati nel Golfo Persico.
Il cessate il fuoco tra Stati Uniti, Israele e Iran è arrivato nel cuore della notte italiana, a meno di due ore dalla scadenza dell’ultimatum di Donald Trump a riaprire Hormuz. Le operazioni militari sono sospese “per un periodo di due settimane”, ha fatto sapere il presidente Usa, tempo che sarà usato per cercare di concludere una pace duratura. A giocare un ruolo centrale nelle trattative – frenetiche – delle ultime ore è stato il Pakistan, attivo come mediatore tra le parti.

Come si è arrivati alla tregua
Con l’avvicinarsi della scadenza dell’ultimatum di Donald Trump, fissata alle 20 orario di Washington del 7 aprile, il primo ministro pakistano Sharif aveva invitato tutte le parti coinvolte nel conflitto in corso in Medio Oriente a rispettare “un cessate il fuoco di due settimane” per consentire alla diplomazia di raggiungere una soluzione definitiva. Sharif aveva inoltre chiesto alle autorità iraniane di aprire lo Stretto di Hormuz nello stesso periodo,
“come gesto di buona volontà”, sollecitando il presidente statunitense Donald Trump “a prorogare di due settimane la scadenza” fissata per l’intervento in Iran.
La proposta del Pakistan è sembrata fin dall’inizio accolta con un’apertura da entrambe le parti.
Con il passare delle ore, poi, la possibilità di un accordo è sembrata diventare più concreta. E così, quando da poco era passata la mezzanotte in Italia, Donald Trump ha dato l’annuncio su Truth: “Accetto di sospendere i bombardamenti e gli attacchi contro l’Iran per un periodo di due settimane. Si tratterà di un CESSATE IL FUOCO bilaterale”.
Uno stop ai bombardamenti “a condizione che la Repubblica Islamica dell’Iran acconsenta all’APERTURA COMPLETA, IMMEDIATA e SICURA dello Stretto di Hormuz”.

Le trattative per la pace
Con l’arrivo della tregua, adesso i riflettori si spostano sulle trattative di pace: il primo round di incontri fra Stati Uniti e Iran per un accordo per mettere fine alla guerra è stato a Islamabad. Secondo quanto riportato dalla CNN, per il ministro degli esteri di Teheran, Washington avrebbe accettato “l’impalcatura” del piano in dieci punti dell’Iran come “base per le trattative”, e in cambio Teheran starebbe prendendo in considerazione la proposta in
15 punti degli Stati Uniti.

Cosa sappiamo sui 10 punti dell’Iran
Come sottolineato dalla CNN, sebbene non sia stata resa disponibile una versione ufficiale della proposta in 10 punti di Teheran, il Consiglio nazionale di sicurezza iraniano ha svelato alcune delle parti centrali del documento: questo include – sempre stando all’emittente statunitense – la possibilità di regolamentare il passaggio attraverso lo stretto di Hormuz, la fine degli attacchi all’Iran e ai suoi alleati, il ritiro delle forze americane dalla regione,
riparazioni di guerra, la rimozione delle sanzioni internazionali e una risoluzione ONU per blindare l’accordo di pace. Inoltre, alcune versioni del documento fatte circolare dai media iraniani indicano come gli Stati Uniti avrebbero accettato il principio secondo cui Teheran ha il diritto di arricchire l’uranio.

Cosa sappiamo sui 15 punti degli USA
Allo stesso modo, non è stata pubblicata una versione ufficiale dei 15 punti del piano portato avanti dagli Stati Uniti. Secondo quanto
ricostruito dalla CNN, però, questi includerebbero l’impegno dell’Iran a non sviluppare armi atomiche, la consegna dell’uranio arricchito, limitazioni alla capacità di difesa di Teheran, la fine del sostegno ai ‘proxy’ nella regione e la riapertura dello stretto di Hormuz. Inoltre, sul tavolo ci sarebbe anche la richiesta del riconoscimento del diritto all’esistenza dello Stato di Israele.

Qual è la situazione attuale
Secondo il New York Times, con questa tregua Donald Trump ha trovato la sua via di uscita in Iran, ma le cause della guerra non sono state risolte. Secondo il quotidiano newyorkese, il presidente ha prima minacciato di far “morire la civiltà” iraniana e dieci ore dopo si è tirato indietro. Anche se aver siglato il cessate fuoco “senza dubbio” è considerata “una vittoria tattica strappata all’ultimo respiro”, si tratta però di un successo che “non risolve nessuno dei problemi fondamentali che hanno portato alla guerra”, ha aggiunto il NYT precisando che ora Trump si trova davanti alla sfida di dover raggiungere non solo un accordo duraturo con l’Iran, ma di dimostrare al mondo che il conflitto andava combattuto.

Ghalibaf: “Violato l’accordo, così tregua e colloqui irragionevoli”
Successivamente il presidente del Parlamento iraniano, Mohammad Ghalibaf, capo negoziatore degli ayatollah, in una nota ha dichiarato che tre dei dieci punti proposti da Teheran per un accordo di tregua con gli Usa sono stati “apertamente e chiaramente violati” e che “in questa situazione una tregue bilaterale e i colloqui sono irragionevoli”. Nella nota, Ghalibaf punta il dito, tra l’altro, sulla “violazione” del punto che “includeva anche il Libano” nella tregua. Poi tra le “tre clausole” della proposta iraniana considerate non rispettate, il presidente del Parlamento iraniano ha indicato altri due aspetti: il “divieto di qualsiasi ulteriore violazione dello spazio aereo iraniano”, denunciando “l’intromissione di un drone”, e “la negazione del diritto dell’Iran all’arricchimento dell’uranio”, diritto che invece “era incluso al punto sei dell’accordo”.

Vance attacca i media: “Infondati i 10 punti su proposte pace USA-Iran”
“Ho visto diverse testate – Nyt, Cnn e altre – riprendere e diffondere l’originale proposta in 10 punti, basandosi su poco più che un tizio a caso in Iran che l’aveva inviata a una tv pubblica locale; e poi le ho viste sostenere che quella proposta rappresentasse, in qualche modo, la posizione negoziale del governo”, ha detto poi il vicepresidente Usa, JD Vance, sulle proposte di pace in 10 punti tra Usa e Iran, “rivelatesi infondate”. Vance ha detto che “gli
iraniani pensavano che il cessate il fuoco includesse il Libano, ma non era affatto così”, secondo Fox News.
Ad oggi nonostante le difficoltà che comporta il blocco dello Stretto di Hormuz, Trump ha respinto la proposta dell’Iran per terminare la guerra in corso. Ma Teheran continua a non darsi per vinta e infatti ha scelto di spedire una nuova proposta, mentre il petrolio si impenna sui 100 dollari al barile. Per il presidente americano, la prima offerta non era abbastanza per porre fine alle ostilità e il suo punto fisso rimane l’impossibilità per l’Iran di avere armi nucleari.L’elaborazione di un nuovo documento da parte della Repubblica islamica richiederà del tempo, ma sarà necessario trovare una posizione comune.
Fonte: SkyTG24

Impatto sanitario
Qualsiasi conflitto, ovunque esso sia, ricade sui civili e in particolare compromette gravemente lo stato di salute di questi ultimi. Sicuramente i primi effetti sanitari delle guerre sono costituiti da morti e feriti traumatici dovuti a bombardamenti, combattimenti urbani e mine.

Nel conflitto iniziato con gli attacchi all’Iran del 28 febbraio 2026, gli ospedali delle aree colpite riportano un aumento improvviso della domanda di chirurgia d’urgenza e di terapia intensiva, mentre la capacità si riduce per danni strutturali, carenze di carburante e interruzione delle forniture.
Le patologie emergenziali, però, non costituiscono l’unico impatto: la letteratura sottolinea come, nei conflitti prolungati, l’eccesso di mortalità per cause “non belliche” possa, sul medio termine, superare il numero dei morti direttamente causati dalle esplosioni. Tra queste cause annoveriamo malattie croniche come diabete, ipertensione, insufficienza renale e tumori la cui gestione in condizioni di guerra è praticamente impossibile. Per di più in Iran, anni di sanzioni e limiti all’importazione di farmaci hanno già prodotto carenze strutturali, che l’attuale conflitto aggrava costringendo pazienti all’interruzione di dialisi, chemioterapie e follow-up specialistici.
Alle malattie croniche si aggiungono epidemie e malattie infettive, conseguenza della distruzione di infrastrutture idriche, fognarie ed energetiche, insieme allo sfollamento di massa.
Il conflitto ha determinato spostamenti massicci di popolazione all’interno dell’Iran. Secondo l’OMS, più di 100mila persone si sono trasferite in altre aree del paese per sfuggire all’insicurezza, mentre centinaia di migliaia vivono in rifugi collettivi affollati, spesso con accesso limitato ad acqua potabile, servizi e condizioni igieniche adeguate.
Queste condizioni favoriscono la diffusione di infezioni respiratorie, malattie diarroiche e altre patologie trasmissibili, aggravando una crisi sanitaria già sotto pressione a causa del conflitto. Ciò aumenta, oltretutto, il rischio di focolai che possono estendersi al di là dei confini nazionali, con implicazioni per la sicurezza sanitaria globale.

Negli ultimi giorni l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha lanciato un allarme globale per i pericoli ambientali e sanitari legati agli incendi di impianti petroliferi in Iran provocati dal conflitto. In una nota ufficiale, l’OMS ha analizzato le condizioni di centinaia di migliaia di persone esposte a fumi tossici, acqua contaminata e condizioni igieniche precarie nei rifugi collettivi, con impatti diretti su infezioni respiratorie e altre malattie trasmissibili. Nel dettaglio del rapporto pubblicato dall’agenzia Onu, la situazione ambientale si intreccia con quella della salute pubblica: dagli incendi nelle infrastrutture petrolifere, che rilasciano sostanze chimiche pericolose, alle piogge contaminate note come “pioggia nera”. La formazione di quest’ultima indica la presenza di particelle di combustione in atmosfera la cui esposizione prolungata, secondo gli esperti, può aumentare il rischio di malattie croniche, compresi alcuni tumori, soprattutto per gruppi vulnerabili come bambini, anziani e persone con patologie preesistenti.

Vogliamo esprimere solidarietà alla popolazione Iraniana, in questo momento soffocata dagli attacchi congiunti di Israele e USA.
Le scorse operazioni militari Israelo-statunitensi, tra cui l’attacco missilistico sulla scuola di Minab, sono simbolo reale di come la violenza perpetrata dal potere ricada soprattutto su civili innocenti.
Premesso che non esiste alcuna giustificazione plausibile per cui la violenza possa essere utilizzata come strumento di risoluzione, in questo caso l’offensiva di USA e Israele viola la dottrina giuridica internazionale prevalente, fondata sulla Carta delle Nazioni Unite, che considera l’attacco preventivo (o “guerra preventiva”) verso un altro Stato, un atto di aggressione illecito e contrario al diritto internazionale, se compiuto in assenza di un attacco armato subìto o di una minaccia imminente.

Ancora una volta assistiamo ad una violazione dei diritti fondamentali, tra cui il diritto alla salute e all’accesso alle cure.

La nostra solidarietà verso il popolo Iraniano, nasce non solo dai recenti sviluppi, ma anche dalle torture e violenze che il popolo persiano è da anni costretto a subire a causa del regime: dichiariamo sostegno per le manifestanti e i manifestanti sottoposti a repressione fisica, mediatica, verbale. Torturati, incarcerati e massacrati.
Chiediamo la cessazione di ogni bombardamento e azione armata. Nel rispetto del diritto internazionale, sanitario e soprattutto dei diritti umani perché, come affermò Hannah Arendt, “La guerra non restaura i diritti, ma ridefinisce i poteri.”

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