L’emergenza per il popolo palestinese è quotidianità e il mondo intero sembra averlo dimenticato.
A Gaza e in Libano, Israele continua a bombardare e ad uccidere.
Nel secondo episodio della rubrica Conflitti e Sanità: quando la politica nega il diritto alla salute, lo SCORP Team 2026 invita a non distogliere lo sguardo dalla Palestina.
Seppur formalmente sarebbe in vigore il cessate il fuoco, la “così tanto acclamata”-” tregua non c’è mai stata: secondo dati ministeriali, dall’inizio del fantomatico cessate il fuoco nell’ottobre 2025 fino ad oggi, 11.922 persone sono state uccise e 2.786 ferite a Gaza; 781 sono i corpi recuperati. In più, il premier israeliano Netanyahu ha dichiarato di aver ordinato all’Idf di prendere il controllo del 70% della Striscia di Gaza, in contrasto con quanto previsto dagli accordi di cessate il fuoco in vigore dallo scorso ottobre. Parallelamente, il ministro della Difesa israeliano Katz avrebbe ribadito l’obiettivo di promuovere un piano di “emigrazione volontaria” dalla Striscia. In questo scenario, oltre due milioni di palestinesi verrebbero confinati in meno di un terzo del territorio disponibile.
A questo punto l’emigrazione non sarebbe il risultato di una decisione spontanea, ma l’effetto di condizioni create politicamente e militarmente: bombardamenti, distruzione delle abitazioni, evacuazioni forzate, controllo militare del territorio, assenza di luoghi sicuri. In altre parole, la popolazione verrebbe formalmente invitata a “scegliere” di andarsene, ma dentro una situazione in cui restare diventa materialmente quasi impossibile. La retorica dell’emigrazione volontaria finirebbe così per mascherare una dinamica di espulsione indiretta, nella quale l’allontanamento della popolazione non viene imposto esclusivamente attraverso un ordine formale, ma attraverso la costruzione di un contesto in cui restare diventa sempre più impraticabile.
Seguiamo gli aggiornamenti dello staff di Emergency nella striscia di Gaza: la situazione continua ad essere drammatica.
L’intenzionale chiusura dei valichi causa scarsità di cibo, acqua e cure mediche; stato già disumano, a cui si aggiunge la fortissima tempesta di sabbia di marzo, che ha peggiorato le condizioni di vita della popolazione.
Le condizioni igieniche sono al limite: “Il collasso dei sistemi fognari e l’accumulo dei rifiuti creano terreno fertile per la diffusione di malattie come scabbia, pidocchi o la leptospirosi, un’infezione batterica del sangue che si trasmette attraverso il contatto diretto con l’urina o gli escrementi di roditori infetti, oppure con terreno e acqua già contaminati.”, racconta Irdi Memaj, medico di EMERGENCY a Gaza.
Non si uccide solo bombardando, sparando, colpendo. Si uccide anche e soprattutto costringendo la popolazione in luoghi di sovraffollamento come rifugi e tende, in mancanza di viveri, diffusione di infezioni, sofferenza, dove la vita si riduce a mera sopravvivenza.
Secondo gli ultimi report delle Nazioni Unite, su un campione di 1.600 aree di sfollamento:
- l’81% degli alloggi è infestato da roditori o parassiti, in un’emergenza che coinvolge almeno 1,45 milioni di persone;
- 680.000 bambini sono esposti ai morsi di topi e insetti, soprattutto di notte
“Arriviamo anche a 2.500 visite a settimana, seguendo circa 1.000 pazienti, per la maggior parte donne in gravidanza e bambini. Le famiglie sono compresse dentro le tende, con infezioni ricorrenti e difficili da trattare, circondate da discariche a cielo aperto. Se le epidemie dovessero aggravarsi, senza medicine per contrastarle, le conseguenze potrebbero diventare devastanti. Una situazione che, vista ogni giorno sul campo, assomiglia a un inferno.”
qui per continuare a seguire gli aggiornamenti: https://www.emergency.it/blog/dai-progetti/la-situazione-a-gaza-gli-aggiornamenti-di-emergency-2026/
Alla compromissione dello stato di salute fisico si associa quella della salute mentale: in Palestina quasi un bambino su due soffre di disturbo post-traumatico da stress (PTSD), anzi addirittura si è arrivati a parlare di “sindrome palestinese” o CTSD – (Continuous Traumatic Stress Disorder), nello specifico è una condizione di stress cronico causata dall’esposizione prolungata e quotidiana a violenza, perdite e insicurezza. A differenza del classico trauma post-traumatico (PTSD), deriva dal vivere in un ambiente dove la minaccia è continua.
Sintomi principali:
- Ipervigilanza: scatti improvvisi a ogni rumore forte, insonnia e incubi.
- Reazioni somatiche: forme di mutismo selettivo e isolamento sociale.
- Difficoltà di sviluppo: gravi ritardi nell’apprendimento e nella concentrazione nei bambini.
Riportiamo il link di un video girato da MSF: Mental health in the West Bank: “After October 7, everyone’s lives changed”
Shorouq Al-Madmooj (assistente sociale) e Shireen Nazzal, (consulente psicologica) lavorano con Medici Senza Frontiere in Cisgiordania da 20 anni. In questo breve documentario, parlano del loro lavoro e dell’impatto della violenza politica sui pazienti e su loro stessi.
La violazione dei diritti umani non si limita alla striscia di Gaza, al massimo lì si estremizza: la Knesset israeliana ha approvato una legge che introduce la pena di morte per i palestinesi accusati di atti di terrorismo. La norma è stata approvata in via definitiva alla fine di marzo 2026, scatenando immediate condanne internazionali e forti critiche da parte delle organizzazioni per i diritti umani. La norma rappresenta un passaggio estremamente preoccupante perché introduce un meccanismo che, pur senza richiamare esplicitamente criteri etnici o nazionali, sarebbe di fatto destinato ad applicarsi quasi esclusivamente nei confronti della popolazione palestinese.
Il provvedimento, promosso dal partito del ministro israeliano per la Sicurezza nazionale Ben-Gvir, amplia l’uso della pena capitale sia nei tribunali militari sia in quelli civili. In particolare, in Cisgiordania, esclusa Gerusalemme Est occupata, la pena di morte diventerebbe obbligatoria per le persone condannate per omicidi intenzionali qualificati dalla legge israeliana come atti di terrorismo. La norma prevede inoltre forti limitazioni alle garanzie processuali: le condanne potrebbero essere decise dai tribunali militari a maggioranza semplice, anche senza richiesta della pubblica accusa, non potrebbero essere commutate né oggetto di clemenza e dovrebbero essere eseguite entro novanta giorni. Un elemento centrale della critica riguarda il fatto che i coloni israeliani risultano espressamente esclusi dall’ applicazione della legge.
Le organizzazioni umanitarie sostengono, quindi, che la nuova disciplina introduca un regime eccezionale e discriminatorio, in contrasto con i principi fondamentali del diritti umani e del diritto internazionale. La pena di morte è una pratica crudele, disumana e incompatibile con la dignità della persona in ogni contesto in cui venga applicata. Rimane fondamentale, tuttavia, sottolineare il carattere selettivo della norma proposta dal governo Israeliano.
Inoltre l’appello delle ONG colloca questa decisione dentro un quadro politico più ampio: la nuova legge viene interpretata come parte di un sistema di politiche discriminatorie nei confronti dei palestinesi. Sistema già segnato dalla crisi umanitaria nella Striscia di Gaza, dall’accelerazione dell’annessione della Cisgiordania, dall’espansione degli insediamenti, dagli sgomberi forzati, dalle demolizioni di case e strutture palestinesi, dagli attacchi all’Unrwa, dalle restrizioni alle ong internazionali e dall’impunità delle violenze commesse dalle forze di sicurezza e dai coloni. (https://www.amnesty.it/israele-pena-di-morte-necessarie-misure-urgenti-dellue/ )
Pertanto, è evidente come l’occupazione e le politiche attuate da Israele continuino a consumare ogni aspetto di vita quotidiana: la salute, l’infanzia, la libertà e persino la speranza.
Le vite di ciascun palestinese sono vite in sospeso, rese precarie e vulnerabili da un sistema di violenza che provoca morte, impoverimento, paura, malattia e negazione dell’umanità.
Non distogliere lo sguardo, allora, diventa un dovere politico e umano.
La mobilitazione continua: continuano il boicottaggio consapevole, l’attivismo e la divulgazione perché “ci si salva e si va avanti se si agisce insieme e non solo uno per uno“.
