Conflitti e Sanità: quando la politica nega il diritto alla salute – Sudan

Il Sudan è uno stato dell’Africa Nord-Orientale situato, sul piano geopolitico, in un punto strategico dello scacchiere internazionale: confina con ben sette paesi del continente africano e si affaccia direttamente sul Mar Rosso, rendendolo un ponte per quello che viene definito “Corno d’Africa”, una volta monopolio dell’Europa (fra cui l’Italia in Somalia) e della Cina.

Fino al 2019 e per gli ultimi trent’anni il Sudan è stato governato dal generale Omar Al-Bashir che ha trainato il paese verso uno dei periodi più sanguinosi ed intransigenti della sua storia.
Tutti i partiti vennero messi al bando e sciolse il Parlamento arrogandosi tutti i pieni poteri civili e militari. Istituì la “polizia di ordine pubblico” (una sorta di polizia etnica) e sotto il suo lungo regime dittatoriale si annoverano conflitti come quello del Darfur (avente come obiettivo l’eliminazione di tutte le tribù native e non arabe della regione) e la lunga guerra civile che ha portato alla secessione del Sud Sudan nel 2011, dopo un’intensa lotta intestina tra musulmani del nord e cristiani del sud.
Soprattutto per questi ultimi motivi fu dichiarato criminale di guerra dalla Corte Penale Internazione e responsabile di genocidio e crimini contro l’umanità.
Dopo la destituzione del suo governo autocratico, si tentò una breve transizione democratica con l’obiettivo di inglobare all’interno dell’esercito regolare del nuovo governo (Forze Armate Sudanesi guidate da al-Burhan) le forze paramilitari (Forze di Supporto Rapido) guidate dal suo vice Dagalo. Piuttosto che rappresentare l’alba di una nuova rinascita per il Sudan, il fallimento di questa fusione militare ha innescato un’ulteriore lotta di potere iniziata il 15 aprile 2023 e rendendo, difatti, questo paese il teatro di una feroce guerra che oggi non trova ancora nessun margine di risoluzione
immediata.

Oltre la guerra civile

Ciò che sta accadendo in Sudan esula i confini della semplice guerra civile tanto da poter identificare diversi livelli in cui si articola il conflitto:

  • Il primo è, naturalmente, la lotta ideologica e di potere fra i due generali che puntano al controllo dello stato.
  • Il secondo è la decennale guerra locale, soprattutto nel Darfur (confinante con il Ciad), dove villaggi e milizie si contendono con azioni violente il territorio, l’acqua e le vie di comunicazione.
  • Il terzo livello è quello delle potenze regionali, dall’Egitto, alla Libia fino all’Etiopia che sono attirate dalle risorse naturali (soprattutto oro e petrolio) e quindi parteggiano per una o l’altra delle due fazioni in lotta.
  • Infine, il quarto livello, è più geopolitico e vede i Paesi del Golfo, dagli Emirati all’Arabia Saudita dalla Turchia alla Russia, coinvolti in un molteplice gioco delle parti: si parla infatti di un “conflitto per procura” dove si giocano gli interessi economici anche di attori non fisicamente coinvolti nel conflitto.


Tutti questi piani sono strettamente correlati in una escalation che rende i civili le principali vittime: l’aggravamento della situazione in Iran ha infatti interrotto le catene di approvvigionamento delle organizzazioni umanitarie, costringendole a utilizzare percorsi più costosi e che richiedono più tempo. Dall’inizio degli attacchi israelo-americani all’Iran, infatti, vie di transito fondamentali come lo Stretto di Hormuz sono state chiuse e anche le rotte provenienti da snodi strategici come Dubai, Doha e Abu Dhabi hanno subito ripercussioni, facendo aumentare il costo di cibo, carburante e fertilizzanti. “Questo avrà un effetto a catena sul prezzo di tutti i beni di prima necessità e dei prodotti alimentari, spingendo un numero ancora maggiore di persone verso la fame”, ha dichiarato Ross Smith responsabile della risposta alle emergenze umanitarie del Programma Alimentare Mondiale (Pam).

Attacchi e loro estensione

Il 15 aprile 2023, pesanti spari ed esplosioni sono scoppiati a Khartoum, capitale del Sudan. Gli spari sono stati uditi vicino a luoghi chiave, tra cui il quartier generale dell’esercito, il Ministero della Difesa, il palazzo presidenziale e l’aeroporto internazionale.
Entro la fine di agosto 2023, le offensive hanno raggiunto la loro massima intensità, con 675 attacchi combinati registrati. Le Nazioni Unite hanno riferito che un milione di persone era fuggito dal Paese e che lo spostamento interno aveva superato i 3,4 milioni.

La violenza si è nuovamente intensificata nel gennaio 2024. A quel punto, le Nazioni Unite hanno riferito che otto milioni di persone erano state sfollate dalla guerra mentre la carestia incombeva in tutto il paese.
Ad oggi la capitale continua ad essere l’epicentro degli attacchi, detenendo circa il 49% delle azioni totali registrate. Tuttavia la guerra, nel corso del 2025 si è rapidamente spostata anche in altre zone del Sudan: Gezira, situato più a sud, un tempo considerata una regione agricola stabile, oggi detiene il 13% degli incidenti totali.

Recentemente, infine, si è delineato un ulteriore focolaio di conflitto: il Nord Darfur, dove si sono registrati circa il 12% degli attacchi.
Qui, il 26 ottobre 2025 dopo un lungo assedio durato 18 mesi, è stato rivendicato dalle FSR il centro di El Fasher. La città è caduta per fame e alla sua resa migliaia di civili sono stati uccisi attraverso esecuzioni sommarie ed incursioni casa per casa.
Oltre 260.000 persone – tra cui si stima 130.000 bambini – restano intrappolate nella città, costrette a sopravvivere in condizioni simili alla carestia, con il collasso totale dei servizi sanitari e nessuna via di fuga sicura.
Secondo le Nazioni Unite, circa 26.000 persone sono riuscite a fuggire da El Fasher.
Le comunicazioni restano interrotte, ma testimonianze attendibili riferiscono di uccisioni sommarie di civili che tentavano di scappare, nonché di attacchi alle vie di fuga.

Emergenza sfollamenti

L’ONU afferma che il Sudan sta affrontando la peggiore crisi di sfollamento del mondo, mentre la guerra continua senza fine.
Più di 14 milioni di persone, a fronte di una popolazione di quaranta, sono state costrette a fuggire dalle loro abitazioni a causa del conflitto. Di questi, circa undici sono stati sfollati all’interno del Paese e i restanti hanno attraversato i confini internazionali.

Principali regioni di origine per gli sfollati:

  • Khartoum: 3.500.400 sfollati (31% del totale)
  • Darfur meridionale: 2.082.537 sfollati (18%)
  • Darfur settentrionale: 1.844.175 sfollati (16%)

Destinazioni principali per gli sfollati interni:

  • Darfur meridionale: 1.837.706 sfollati (16% del totale)
  • Nord Darfur: 1.786.909 sfollati (16%)
  • Fiume Nilo: 935.723 sfollati (8%)

Crisi alimentare

https://www.nrc.no/resources/reports/what-it-takes-to-eat

Dall’inizio del conflitto si stima un numero di vittime pari a circa 200.000 con oltre 15.000 attacchi registrati.
Oltre due terzi della popolazione (principalmente bambini) ha bisogno di assistenza umanitaria. La maggiore criticità è correlata alla malnutrizione, infatti, rispetto a Febbraio 2023, è aumentato di tre volte il numero di persone ridotte ad una grave insicurezza alimentare, ma mancano azioni internazionali per affrontare la crisi.
E’ la sintesi di quella che l’ONU definisce “guerra di atrocità” contro i civili, includendo la fame come strumento di guerra.
Secondo il report What It Takes to Eat: Conflict and Sudan’s Fragile Food System pubblicato da Norwegian Refugee Council assieme ad altre importanti organizzazioni internazionali, ogni anello del sistema alimentare sudanese è stato
completamente distrutto, dal seme piantato nei campi alla pentola sul fuoco. Grazie anche alla testimonianza di alcuni rifugiati nei paesi vicini (Etiopia, Ciad, Sud Sudan e Libia), vengono prese in considerazione tre importanti direttrici su cui si dovrebbe basare un basilare servizio di distribuzione alimentare: i campi, le strade e la tavola.

I campi

I contadini sono stati costretti ad abbandonare le terre, uccisi, sfollati. Più della metà degli agricoltori intervistati nel Darfur e nel Sud Kordofan nel 2025 ha dichiarato di non aver potuto eseguire un raccolto in sicurezza.
Le scorte di semi sono state gravemente distrutte o saccheggiate, i prezzi dei fertilizzanti e dei pesticidi sono più che raddoppiati diventando proibitivi in questi contesti di guerra. Le possibilità di credito sono crollate, costringendo i contadini a ricorrere a prestiti informali che li lasciano indebitati anche quando il raccolto fallisce o viene razziato. Molti ricorrono, purtroppo, anche alla vendita dei propri beni personali o al consumo di cibo conservato per la successiva stagione di piantagione, mentre nel Sud Kordofan si dice che i bambini mangino foglie per saziare la loro fame. Nel febbraio 2025, il costo del cestino alimentare locale è aumentato ulteriormente del 134% rispetto all’anno precedente.
Attraverso alcune testimonianze di civili riusciti a sfuggire alla furia del conflitto, è stato raccontato che per sopravvivere hanno dovuto cibarsi di umbaz cioè del mangime per animali, nascondendosi nelle trincee e negli edifici abbandonati al riparo dalle esecuzioni.

Inoltre la stagione delle piogge aggrava la condizione agricola, che registra dei lievi miglioramenti quando i raccolti iniziano nuovamente ad ottobre e la malnutrizione tende a seguire lo stesso andamento. Tutto ciò determina gravi difficoltà nel gestire le risorse locali, soggette ad una fragile precarietà e rendendo sempre più necessari gli aiuti internazionali.


Le strade

Il commercio è strettamente sottoposto a blocchi di controllo e tasse informali.
Vengono imposti prelievi su ogni mezzo che attraversa i checkpoint costringendo i commercianti a pagare più commissioni in contanti, carburante o cibo. Questo ha aumentato drasticamente i costi e i rischi di trasporto nel nord del Darfur e nel sud Kordofan.
Prima del conflitto, la maggior parte delle merci in Darfur e Kordofan erano provenienti dal Sudan orientale e centrale attraverso Khartoum o Al Gezira.
Attualmente, tutte le forniture vengono trasportate dal Ciad, dal Sud Sudan o dalla Libia, cioè da paesi esteri, e queste rotte sono costose e precarie.


La tavola

Con i mercati locali sempre più ridotti al minimo (sia in termini qualitativi che quantitativi), le famiglie non possono più permettersi molti alimenti tra cui carne, verdure, olio, zucchero e spezie impedendo così di seguire una dieta bilanciata.

People are eating things that are not food anymore. This is how bad it is.

Si tratta di una dichiarazione molto impattante fatta dalla leader di una comunità di rifugiati in Sud Kordofan.
La situazione peggiora se la famiglia è guidata da sole donne: esistono infatti maggiori probabilità di sperimentare insicurezza alimentare rispetto alle famiglie guidate da uomini.
I rapporti indicano, inoltre, che le attività di routine per le donne come andare nei campi, visitare i mercati, raccogliere acqua o stare in fila per il cibo, ora comportino un alto rischio di stupro e molestie.
Queste minacce di genere sono inscindibili dalla crisi della fame: la scarsità di cibo aumenta l’esposizione alla violenza e ne amplifica le conseguenze, tra cui l’aumento della domanda di assistenza sanitaria, spesso costretta a svolgersi in condizioni di non sicurezza.
Si tratta di quello che le Nazioni Unite chiamano “hallmarks of genocide”: l’insieme degli elementi di una catena, solo apparentemente sconnessi tra loro, perpetrati per cancellare le popolazioni autoctone.

Assistenza sanitaria al collasso

Oms. Tre anni di conflitto in Sudan hanno creato la più grande crisi umanitaria e di sfollamento al mondo, devastanti le conseguenze per la salute

Nei 18 stati del Sudan, il 37% delle strutture sanitarie non è funzionante. Strutture sanitarie, ambulanze, pazienti e operatori sanitari sono stati ripetutamente attaccati, riducendo ulteriormente l’accesso all’assistenza sanitaria soprattutto nelle aree colpite dal conflitto, dove gli ospedali funzionano solo parzialmente o sono stati chiusi a causa della distruzione di strutture e attrezzature. I civili sudanesi devono ora viaggiare per ore o addirittura giorni per un trattamento medico, il che significa che molti fanno a meno di cure essenziali.


Anche gli operatori umanitari sono a rischio: L’OMS ha verificato 559 attacchi dal 15 aprile 2023, con 2052 morti e 810 feriti. Lungi dall’essere accidentali, le prove indicano un targeting deliberato, tra cui bombardamenti aerei e attacchi violenti contro i soccorritori locali.
In questi anni sono state registrate numerose vittime. Solo il 20 marzo scorso, l’attacco all’ospedale universitario di El Daein, centro di riferimento per centinaia di migliaia di abitanti, ha ulteriormente aggravato la crisi, causando almeno 64 morti.

L’ONU non riesce a documentare gli attacchi contro i soccorritori in prima linea o le sfide di accesso che questi devono affrontare, pertanto non viene fornita loro la possibilità di una pianificazione sicura per le operazioni.
Tra le organizzazioni internazionali ancora in grado di riuscire ad offrire un supporto concreto sul piano sanitario ai civili sudanesi, Emergency è sicuramente apripista.
Lavora infatti sul territorio sin dal 2004 senza mai interrompere la sua presenza. In questi anni ha garantito circa 550 operazioni cardiochirurgiche e quasi 35.000 vaccinazioni, fornendo uno strumento di prevenzione fondamentale.

La già limitata capacità di inviare aiuti sanitari è minata quotidianamente da attacchi verso i convogli umanitari. Ciò non fa altro che svantaggiare ulteriormente i civili, deprivati dei propri diritti umani. Sono proprio gli abitanti del Sudan, infatti, a pagare caro il prezzo del conflitto rispetto a coloro che lo incentivano, che addirittura ne traggono vantaggio.

Attenzione Internazionale

Dopo tre anni lo scenario diplomatico appare più che frammentato: gli sforzi di mediazione non sono riusciti a fornire un cessate il fuoco duraturo, proteggere i civili o garantire un accesso umanitario sostenuto.
La frammentazione degli sforzi diplomatici internazionali e regionali, unita alla riluttanza delle parti in conflitto (il Quintetto guidato dall’Unione Africana da una parte e il Quartetto guidato dagli Stati Uniti dall’altra) a impegnarsi in negoziati diretti, ha gravemente ostacolato i tentativi di pacificazione in Sudan.

Il vuoto lasciato dai due principali organismi ha costretto la comunità internazionale a cercare nuovi approcci. La Rappresentanza dell’Unione Europea e l’Unione Africana hanno promosso successivi vertici per coinvolgere direttamente i rappresentanti civili sudanesi, cercando di aggirare l’iniziale boicottaggio delle fazioni armate SAF (Sudan Armed Forces) e RSF (Rapid Support Forces).

Conclusione

Con l’ingresso nel quarto anno di conflitto, il Sudan, si avvicina al collasso totale su tutti i fronti, ma rimane in gran parte assente dall’agenda globale.
I modelli di finanziamento umanitario, come documentato nel corso degli anni, tendono a seguire gli interessi geopolitici, i legami bilaterali e le priorità strategiche del momento.
Nonostante sia il più grande appello umanitario al mondo, il piano di risposta per il Sudan è stato finanziato solo per il 39,5% nel 2025, in forte calo rispetto al 70,7% raggiunto nel 2024. Questo sottofinanziamento cronico è rafforzato da una netta disconnessione tra l’entità della crisi e il livello di attenzione istituzionale e mediatica che riceve.
Il Sudan esiste in uno spazio d’informazione limitato e frammentato.
Con il 70% della popolazione che vive in condizioni di povertà e 150.000 vittime civili, la situazione in Sudan è stata definitivamente etichettata come “crisi abbandonata” dalla coordinatrice residente e umanitaria delle Nazioni Unite per il Sudan, Denise Brown.

Il termine abbandonata non è sinonimo di dimenticata, al contrario rimarca il completo disinteresse delle parti in gioco (direttamente e indirettamente collegate) e la sempre più urgente necessità di sostegno verso un popolo mai aiutato ed anzi, lasciato, lentamente ed inesorabilmente, privo di ogni speranza di rinascita.

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